Il populismo della sinistra – Uno specchietto per le allodole?

– di Massimiliano Civino –

Non vi è alcun dubbio che la costruzione del popolo abbia rappresentato storicamente un momento essenziale della lotta politica del movimento operaio. Sono altresí convinto che il  populismo, nelle sue varie declinazioni, non sia circoscrivibile ad una caratteristica dei regimi autoritari ma possa rappresentare, come direbbe Laclau, una delle forme con la quale costruire il politico.

Questo è probabilmente il motivo principale per il quale trovo spesso una convergenza di fondo con molti dei temi squadernati oggi da una platea sempre piú larga di intellettuali e di movimenti che invocano la costruzione di un populismo di sinistra come risposta alla crisi.

Ad esempio, la critica alla modernitá ed alla concezione lineare del progresso, i limiti del cosmopolitismo e dell’egualianza formale dei diritti civili, il pericolo della trasformazione tecnologica dell’umano, la perdita della sovranitá collettiva sui processi di produzione, la scomparsa dei corpi intermedi, per citare soltanto alcune delle questioni sollevate dai sostenitori di un populismo di sinistra come nuova forma della lotta di classe, non possono che richiamare da parte mia una favorevole accoglienza.

I vari pezzi del discorso sembrano dunque essere gli stessi, ma quando guardo al risultato nel quale le diverse parti si riuniscono, mi chiedo per quale ragione continuo ad avvertire un forte senso di estraneitá rispetto a coloro che ripetono come un mantra le parole d’ordine del populismo, della sovranitá nazionale e della lotta alla globalizzazione al fine di costruire un orientamento culturale alternativo all’ideologia neoliberista.

Proverò a delineare brevemente alcuni punti del mio dissenso.

La globalizzazione tra passato e presente

Quelle forze politiche e quei movimenti che invocano un populismo di sinistra ponendo al centro della lotta politica la questione della sovranitá nazionale, descrivono spesso il fenomeno dellla globalizzazione come un salto radicale rispetto al passato, con il quale il capitale e la sua forma politica attuale, il cosiddetto ordoliberismo, avrebbero imposto arbitrariamente il loro dominio sugli strati sociali piú deboli, conducendo una vera e propria guerra di classe (sic!).

A mio avviso, questa tesi fa da sponda a quella degli avversari conservatori i quali, definendo tutto ciò che appartiene al passato come anacronostico, si ostinano ad esaltare la novitá del presente arrivando a naturalizzare i rapporti sociali oggi dominanti.

ll capitale peró, se non si cade in un ingenuo fraintendimento, deve essere analizzato per quello che è, ossia una forma di relazione sociale con la sua controparte, il lavoro salariato. Dunque, chi afferma che il capitale dominerebbe oggi in lungo ed in largo, dovrebbe innanzitutto verificare se la riproduzione su scala allargata del lavoro salariato sia avvenuta negli ultimi decenni senza incontrare ostacoli e se questi debbano essere imputati soltanto alle classi dominanti ed alla forma di relazione che essi cercano di imporre sulla societá.

Prendiamo ad esempio gli oltre venti milioni di disoccupati in Europa degli ultimi quarantanni. Non ci dicono forse che il capitale, nei paesi piú progrediti, trovi una difficoltá strutturale nel valorizzare complessivamente le risorse prodotte dal lavoro delle generazioni passate?

La crisi, che certamente ha reso piú deboli le forme di protezione degli strati sociali piú bassi, non rappresenta soprattutto l’impossibiliá della classe egemone di continuare a praticare un potere unilaterale senza cadere in contraddizione?

Se, come io credo,  la crisi è il risultato di una contraddizione dello sviluppo dovuta alle relazioni sociali nelle quali sono immerse sia le classi dominanti che quelle subalterne, in quale guazzabuglio ideologico ci si vuole cacciare nel momento in cui si definisce la crisi “uno strumento di dominio e di controllo” da parte del capitale?  (cit. Carlo Formenti – “La variante populista”)

La tesi della rottura tra passato e presente che sarebbe intervenuta con la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, la ristrutturazione tecnologica, la deregolamentazione del mercato, come spesso si sente ripetere da coloro che criticano oggi le classi dominanti, penso sia un’arma ideologica a doppio taglio. Quest’ultima, infatti, viene brandita proprio dal neoliberismo al fine di neutralizzare ogni tentativo da parte dei suoi antagonisti nel difendere alcune conquiste sociali del passato, come ad esempio i diritti sociali realizzati a partire dal dopoguerra grazie all’affermarsi dello Stato Sociale.

Ad esempio, andando a leggere un grande classico sulla crisi del ’29, “Il Grande Crollo” del grande econimista J. K. Galbraith, si scoprirebbe che circa un secolo fa, quando il capitalismo si apprestava ad affrontare una delle sue piú grandi crisi a causa del mancato impiego di una parte rilevante della forza lavoro disponibile, lo scopo della valorizzazione veniva perseguito, allora come oggi, attraverso la speculazione finanziaria, la delocalizzazione, il prolungamento dell’orario di lavoro, la riduzione del salario e delle misure di sicurezza del lavoro, il marketing ed i messaggi pubblicitari.

La critica romantica al capitale – flussi, territori e sovranitá nazionale

Se il conflitto sociale viene rappresentato come una “guerra tra due mondi”, dove al “mondo delle merci e dei flussi” si contrappone “il mondo dei luoghi in cui vivono i corpi di coloro che che chiedono cibo, casa, lavoro ed affettivitá(cit. Carlo Formenti – “La variante populista”), si corre il rischio di essere intrappolati in una critica romantica al capitale, ignorando completamente il tipo di sviluppo intervenuto dalla fase di egemonia del capitalismo fino a quella dello Stato Sociale.

Il fatto che il capitale continui ancor oggi ad essere rappresentato da una classe attiva, nonostante le numerose e catastrofiche crisi che storicamente l’hanno accompagnata, è perché essa riesce comunque a mediare un qualche tipo di arricchimento attraverso la produzione su scala allargata di merci e servizi. Come ci conferma la realtá quotidiana infatti, il cibo, la casa, ed il lavoro intanto assumono la veste sociale della merce poiché gli individui si rapportano ad essi in quella specifica forma ed al momento non sono stati ancora capaci di imporre un processo reale di arricchimento alternativo.

La critica al rapporto di merce, se non vuole ammantarsi di un’anacronistico idealismo, non puó limitarsi alla forma ingenua della negazione. Dichiarare “guerra al mondo delle merci e di flussi”, come se fossero qualcosa di esteriore e sovrastante la forma della vita degli esseri umani, vuol dire considerare l’egemonia del capitale non come un fatto storico, ma come un arbitrio che si è imposto nei confronti di una fantomatica natura umana immanente. [Vorrei far notare, senza alcun vezzo polemico, che spesso queste tesi vengono divulgate attraverso la vendita di articoli o di libri, ossia prodotti che si presentano appunto come merci]

Bisogna innanzitutto convenire che lo sviluppo del rapporto di merce ha rappresentato quel processo storico attraverso il quale l’universalitá delle relazioni tra gli individui è stata finalmente acquisita, e quella che oggi chiamiamo umanitá è diventata un valore sempre piú condiviso anche in quei luoghi ed i quei territori dove culture e tradizioni contrapposte tra loro hanno in passato costituito spesso motivo di sanguinose guerre e di conquiste.

Lungi dal considerare il rapporto di merce non contraddittorio, poiché cercando di mediare tutte le possibili dimensioni della produzione e della ricchezza umana esso tende a disgregare, spesso con una violenza distruttiva, ogni forma di legame comunitario e le differenze tra gli individui, è importante non idealizzare romanticamente il ruolo della diversitá, dimenticando il ruolo positivo svolto in passato dal capitale per lo sviluppo del genere umano.

Si dimentica inoltre che una forma della ricchezza diversa da quella capitalistica è stata giá praticata nel passato piú recente, assumendo un ruolo crescente grazie all’affermarsi dello Stato Sociale. A partire dal dopoguerra infatti, l’intervento dello Stato ha assicurato beni e servizi in forma gratuita attraverso il sistema dei diritti sociali con i quali gli individui hanno potuto esercitare, anche se in forma zoppa, un potere sul processo produttivo generale della societá, arrivando a produrre un tipo di ricchezza alternativa a quella che oggi assume principalmente la forma astratta della merce.

Grazie all’intervento dello Stato Sociale le societá dei paesi progrediti hanno goduto di un arricchimento mai conosciuto dagli uomini e dalle donne nelle epoche storiche precedenti: la scolarizzazione di massa e l’esplosione dell’istruzione superiore hanno assicurato l’abbattimento dell’anafalbetismo e la diffusione su scala allargata di conoscenze che prima erano dominio di alcune elite e classi di privilegiati; l’assistenza sanitaria generalizzata ha drasticamente ridotto la mortalitá infantile consentendo allo stesso tempo un allungamento della vita media di ben 20 anni; l’espansione dei trasporti e dei mezzi di comunicazione ha garantito un intreccio ed una mobilitá tra le diverse aree del globo inimagginabili fino a qualche decennio addietro.

Queste conquiste, pur rappresentando l’embrione di una nuova cultura, hanno peró dimostrato di non essersi affatto consolidate entrando in crisi a partire dalla seconda metá degli anni Settanta. La crisi dei diritti sociali coincide prima di tutto con la crisi  dello Stato Sociale, perché gli individui non sono stati capaci di metabolizzare il problema della libertá in una societá dominata dall’abbondanza prodotta da quel modello di sviluppo.

Per questo motivo, invocare oggi la sovranitá nazionale attraverso un serio recupero delle politiche espansive dello Stato Sociale, maggiori investimenti pubblici e con una più ampia soddisfazione dei diritti sociali, si risolve in un’inutile ed inefficace forma di resistenza o di ritorno al passato.

Dalla classe all’individuo – per il superamento dei rapporti di classe

Non c’é dubbio che i lavoratori di oggi siano profondamente diversi dai proletari del secolo scorso: lavorano metá del tempo, campano piú del doppio, si ammalano di meno, sono piú istruiti, godono di condizioni materiali e spirituali dell’esistenza alle quali, allora, neppure i ricchi potevano aspirare, fanno pochi figli, godono di diritti sociali che in passato sarebbero stati impensabili.

Grazie all’organizzazione in partiti delle masse, ad una parziale socializzazione della produzione da parte dello Stato, all’affermazione del diritto al lavoro ed alla conquista dei diritti sociali, il movimento operaio ha dunque contribuito a creare quelle condizioni per le quali la posizione di classe dei lavoratori è progressivamente receduta, scaraventando sulla scena della storia gli individui.

Ma basta tutto ció per concludere che oggi gli individui possono agire in modo da affermare niente altro che se stessi?

Bisogna innnazitutto tener presente che la scomparsa delle differenze di classe non comporta in sé un superamento delle relazioni di classe. Queste relazioni possono infatti continuare a trascinarsi inerzialmente ed anacronisticamente nel nuovo contesto, determinando un impoverimento non necessario ed impedendo uno sviluppo alternativo.

Dobbiamo dunque chiederci se nei paesi piú progrediti, il perseguimento non soltanto idealistico dell’egualianza abbia effettivamente condotto la societá in una situazione nella quale il problema principale sia quello del superamento dei rapporti di classe, o se invece siamo ancora lontani da quella prospettiva.

Come ci ricorda Marx, grazie allo sviluppo dei rapporti capitalistici “l’attivitá degli operai non viene soppressa, ma estesa a tutti gli uomini, vale a dire che il rapporto dela proprietá privata rimane il rapporto della comunitá con tutto il mondo che essa produce”. Questo momento è stato giá storicamente percorso in tutti i paesi economicamente avanzati, dove l’insieme della ricchezza umana ha assunto sempre piú una forma generale omogenea, quella della merce.

È qui che interviene il secondo passaggio per lo sviluppo. Nonostante questa ricchezza materiale  sia cresciuta enormemente, grazie anche alla mediazione dello Stato, gli individui incontrano difficoltá crescenti ad appropriarsela senza precipitare continuamente in situazioni contraddittorie, come dimostrano gli elevati livelli di disoccupazione. Manca cioè la capacitá della societá di tornare ad utilizzare le abbondanti risorse esistenti attraverso le relazioni che danno forma alla vita.

Se, come io credo, questa tesi ha una sua validitá, è sbagliato puntare ad una lotta di classe che voglia rovesciare i rapporti di forza, ma sarebbe piuttosto necessario agire politicamente creando le condizioni ed i rapporti per un superamento della divisione della societá in classi.

London calling

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *