LE ZAVORRE DI RODOTA’

– di Gianni Porta –

L’intervista di Rodotà rilasciata a Russo Spena e pubblicata il 22 gennaio su Micromega online, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, è utile per provare a capire perché siamo in difficoltà a sinistra in Italia, mentre in Grecia e altrove in Europa le cose vanno decisamente meglio.

Potremmo partire dal titolo Ripartiamo dal basso, senza la zavorra dei partiti per sentirci autorizzati, come militanti di partito, a controbattere con veemenza per il termine utilizzato, ma perderemmo una buona occasione per ragionare in modo sereno e conquistare compagni e compagne alle nostre ragioni.

Rodotà parte da due fallimenti (Sinistra Arcobaleno nel 2008 e Rivoluzione Civile nel 2013), per chiudere definitivamente con qualsiasi utilità delle attuali organizzazioni esistenti a sinistra del Partito democratico poiché sia Rifondazione Comunista, sia Sel, sia Alba che la minoranza Pd “hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società […] Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre. Rifondazione è un residuo di una storia, Sel ha avuto mille vicissitudini, la Lista Tsipras mi pare si sia dilaniata subito dopo il voto alle Europee”. Il giudizio è netto, lapidario, senza appello.

In primo luogo, ci sembra insolito accomunare organizzazioni di partito esistenti (Rifondazione e Sel) con soggetti che partiti non sono (Alba, minoranza Pd, Lista Tsipras), a meno che non interessi a Rodotà essenzialmente emettere dei verdetti. Verdetti che ciclicamente reclamano da parte di intellettuali di sinistra l’esigenza di una nuova politica, salvo però scomunicare quel che c’è già. Ciclicamente perché da anni si manifesta una sindrome in certa sinistra italiana per cui tutto quel che c’è non va bene, bisogna fare qualcosa di “nuovo”, un “nuovo” soggetto, una “nuova cosa”, insomma l’importante è che sia “nuova” e non si contamini minimamente con qualcosa che già esiste.

La sindrome del “nuovo” come parente della teoria del “big bang” di qualche anno fa: siccome quel che c’è è inadeguato o insufficiente, dobbiamo aspettare che tutto deflagri – il tutto erano le organizzazioni partitiche esistenti di sinistra – perché qualcosa di grande e di “nuovo” possa nascere. E intanto, militanti di base di partito e semplici come noi, in tutti questi anni di lavoro politico si ponevano alcune domande.

Come mai se i partiti sono inutili e inefficaci, sono strumenti spuntati continuano a essere accusati di detenere le leve del potere e della decisione, anche nel piccolo dei partiti della sinistra radicale ormai extraparlamentare dal 2008)?

Come mai continuano a essere accusati di incapacità di ascolto e di guida delle “masse” se vengono descritti dagli intellettuali come organizzazioni ormai poco rappresentative, irreversibilmente in crisi e superate dai cambiamenti strutturali del mondo globalizzato?

Che senso ha rimproverare qualcosa o qualcuno di non riuscire in ciò in cui non è capace? Se giudichiamo un’arma spuntata perché perder tempo a inveire sul fatto che essa sia spuntata quasi che potesse comportarsi diversamente. Si tratta di incapacità o mancata volontà? Mai il mistero fu chiarito in tutti questi anni…

Ma soprattutto, se questi nuovi (anche se non è il caso di Rodotà sulla scena dagli anni ’70) intellettuali impegnati della sinistra italiana senza tessera e senza apparati, senza macchia e senza legami, sono così convinti delle loro affermazioni perché, nonostante la presenza di questi rottami di partito anzi proprio in virtù di ciò, non è ancora nata quella cosa “nuova” che fa politica e prende il posto dei partiti vecchi, brutti, sporchi e cattivi?

Perché assistiamo ciclicamente ad annunci profetici del “nuovo” che sta per arrivare salvo poi altrettanto stagionalmente ripiegare sullo stucchevole atteggiamento moralista di chi critica i costumi, la corruzione dei partiti esistenti e del sistema politico dato?

Secondo intellettuali come Rodotà, quel che c’è non basta (e su questo è facile essere anche d’accordo), quindi che perisca e via, passiamo a una “nuova” avventura, lanciamo una “nuova” sfida, giochiamo una “nuova” scommessa. Eppure in questi anni quante novità salutate come annunciatrici di cambiamenti radicali: dalle sempreverdi associazioni ai sempre educati comitati, dalle fabbriche alle leopolde, dai gazebo alle convention, dalle liste civiche alle reti orizzontali, dalle onde anomale ai popoli viola.

Ogni volta l’importante era ed è lanciare prodotti “nuovi” che hanno un tratto comune: il livore verso quel che c’è stato, quel che c’è ancora e quel che rappresenta un’idea superstite di partito di sinistra. Un livore che in questa questa sindrome “nuovista” divorava anche quel che era nato contro i vecchi partiti: Sel come il nuovo rispetto a Rifondazione, le Fabbriche di Nichi come il nuovo rispetto a Sel, Alba e l’esperienza di “Cambiare si può” come il nuovo rispetto ai partiti tutti, o ancora la Lista l’Altra Europa con Tsipras come il nuovo rispetto alla stagione passata, oppure adesso Podemos come la nuova moda rispetto alla stessa Lista Tsipras e, ora, Rodotà con la sua proposta di “coalizione sociale”, ovviamente più “nuova” anche rispetto alla giovanissima Lista Tsipras.

Un turbine incessante di novità che in 10 anni e più ha impedito la difesa di presidi esistenti, il loro rilancio e l’accumulo di forze per i periodi di magra, anche con la miopia e il nanismo dei gruppi dirigenti di partito.

Invece, se a qualche intellettuale o attivista di quelle esperienze “nuove” chiedi i motivi della scomparsa di quelle esperienze, a parte la teoria sul “carsismo” dei movimenti, non sarà improbabile che rispondano: “Ma come? È ovvio! È colpa dei partiti, soprattutto quelli di sinistra, e in particolar modo della sinistra radicale, che non ci hanno ascoltati, non ci hanno coinvolti, non ci hanno seguito, non ci hanno aiutato e così via” senza ricordare che erano gli stessi che nel momento iniziale di quella esperienza o nel momento di massima mobilitazione rivendicavano la netta separazione, distinzione, alterità, innovazione rispetto ai partiti brutti, sporchi e cattivi.

La sequenza schizofrenica dell’intellettuale/attivista della nuova sinistra italiana degli ultimi anni – nelle sue varie esperienze – è risaputa da ogni militante di base di partito, che specie a livello locale ha vissuto a proprie spese. Alcuni ci sono rimasti sul campo, altri depressi hanno dismesso ogni impegno, altri finalmente dopo un lungo periodo di autoanalisi ne son venuti fuori o ne stanno venendo fuori per fortuna.

A questo punto, però, qualcuno potrebbe comunque replicare “ma è l’esperienza di Syriza che ci dice che bisogna fare qualcosa di nuovo rispetto al passato, che ci insegna che i partiti esistenti non possono farcela in Italia”. E magari, a corredo e supporto, citeranno il passo dell’intervista di Rodotà: “In Italia siamo indietro e rischiamo di rifare alcuni errori. Mentre capisco la scelta del “papa straniero” Tsipras, non condivido l’idea di una “Syriza italiana”. È una forzatura. In Grecia Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente”.

Un passaggio che condensa alcuni caratteri tipici del pensiero debole di sinistra degli ultimi anni in una sequenza memorabile del tipo “in Italia siamo messi male, va bene scegliere il nome di un leader straniero per farci una lista elettorale alle europee capitanata da altri intellettuali, professori e ‘tesserati’ del ‘partito’ del quotidiano La Repubblica, ma parlare di fare come in Grecia qui in Italia, discutere di una Syriza italiana, di un partito cioè, questo no, giammai!”

Qual è la motivazione di questà contrarietà? Con intelligenza tattica, Rodotà precisa che sarebbe una forzatura costruire una Syriza italiana, perché magari si rischierebbe di dover ripartire anche dalle organizzazioni che esistono, e come già detto per Rodotà “cercare di creare una nuova soggettività assemblando quel che c’è nel mondo propriamente politico secondo me è una via perdente”. Sarebbe meglio “Mettere insieme le forze maggiormente vivaci ed attive: Fiom, Libera, Emergency – che ha creato ambulatori dal basso – movimenti per i beni comuni, reti civiche e associazionismo diffuso. Da qui, per ridisegnare il nodo della rappresentanza”.

Ora, noi non sappiamo se Rodotà ne ha già parlato qualche volta con Landini, don Ciotti e Gino Strada di “coalizione sociale” da cui “ridisegnare il nodo della rappresentanza”, ma ciò che osserviamo e registriamo da anni è che costoro, e gli attivisti delle loro organizzazioni a livello di base, affermano a ogni piè sospinto la loro alternativià alla politica della rappresentanza, ci tengono a puntualizzare sempre la loro indipendenza dalla politica, ritengono che il “mestiere” del sindacalista, del prete o attivista di Libera, del volontario di Emergency sia qualitativamente differente da quello del “politico”, e non solo da quello del politico identificato con il rappresentante della “casta” ma anche con quello del militante di partito. Ritengono, infatti, che il loro impegno sia anche politico ma di una politica differente. E non hanno tutti i torti, non solo perché le funzioni di un sindacato, di un’associazione, di un’organizzazione di volontariato sono costitutivamente diverse da quelle di un’organizzazione politica e partitica, ma anche perché non ritengono opportuno schierarsi con qualcuno oppure diventare “parte” nel conflitto politico generale di una società come quella italiana.

È più facile capire questa realtà per quanti hanno fatto e fanno esperienza di militanza politico a livello locale: non puoi mettere insieme un sindacato come la Fiom, un’associazione come Libera o come Emergency in una coalizione che si ponga obiettivi politici, ed eventualmente anche di rappresentanza, perché gli attivisti o iscritti di quelle realtà tra le prime cose ti direbbero che le loro organizzazioni sono apartitiche, che ci sono aderenti che hanno legittimamente un loro orientamento politico, tutte ragioni comprensibili data la natura e lo statuto di quelle organizzazioni. Tutt’al più quando a livello locale o nazionale queste realtà formano un coordinamento, una rete o una coalizione è per promuovere campagne su temi specifici, per quanto anche di valenza generale, e sempre in queste occasioni ci tengono a non promuoverle insieme a organizzazioni politiche o partitiche già preesistenti proprio per mantenere la loro “neutralità” o equidistanza e non essere accusate di faziosità, e avere di conseguenza maggiore ascolto nel confronto di quelle istituzioni nonché maggiore potere di contrattazione nei confronti delle forze politiche su cui vogliono fare pressione. Emblematica l’esperienza del Comitato promotore dei referendum per l’acqua bene comune: ai partiti (Rifondazione, Sel, Verdi) che avevano piattaforme e programmi sul tema in linea da tempi non sospetti con le associazioni che intendevano promuovere il referendum, è stato chiesto di fare un passo indietro e di formare solo un comitato di sostegno.

Come si esce da questa impasse dunque?

Per Rodotà la strada è chiara: nessuna zavorra dei partiti preesistenti, anche perché come già detto l’esperienza della Grecia dimostra che “Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente”.

Veniamo dunque al punto decisivo dell’argomentazione di Rodotà su cui concentrarci per smontarne l’apparente solidità sia da un punto di vista teorico che storico.Iniziamo dal versante teorico.

È vero che Syriza ha messo in piedi un sistema di radicamento sociale in grado di dare risposte immediate e socialmente utili alla popolazione che poi riconosce anche elettoralmente questo lavoro politico a Syriza. Quindi, primo elemento da fissare, un partito può (e deve) organizzarsi socialmente, senza temere né vergognarsi di capitalizzare anche in termini di consenso elettorale questo lavoro sociale.

Perchè in Italia non è possibile adottare lo stesso comportamento? Cosa lo impedisce? Siamo sicuri che l’ostacolo principale siano le zavorre dei vecchi partiti preesistenti e non il rifiuto della politica come accettazione dello scontro politico generale (e quindi anche della sua dimensione elettorale) diffusosi nelle organizzazioni sindacali e associative in questi anni? Siamo sicuri che l’ostacolo siano le organizzazioni partitiche preesistenti che hanno fallito e non il rifiuto ideologico, a priori di darsi un’organizzazione politica con regole (disciplina interna), mentalità collettiva, formazione culturale omogenea? Un rifiuto a priori rafforzatosi in un decennio e più di nuovismo, orizzontalismo, individualismo, moralismo coltivati in forme deteriori anche a sinistra, tutti concetti che hanno indebolito l’eredità del movimento operaio e marxista sia nella variante socialista che comunista, con grande gioia non solo della destra ma anche di quelle correnti di sinistra riconducibili all’azionismo e al liberalsocialismo che hanno trovato da sempre in Repubblica e Micromega due tra i principali organi di diffusione.

Secondo elemento da fissare è la chiarezza. Se Rodotà, e quanti la pensano come lui, vogliono lavorare alla creazione di una nuova forza politica lo dicano con chiarezza, provando a indicare presupposti, contenuti, indicazioni meno ambigue e labili del riferimento alla “coalizione sociale”. Se, invece, ritengono che l’Italia debba essere l’unico paese europeo a rimanere senza una forza politica di sinistra alternativa, antiliberista e anticapitalista, perché magari potrebbe bastare semplicemente riformare il Pd o al massimo accontentarsi di un partito socialista un po’ più dignitoso e decente del Pd lo dicano. Del resto non saremmo sorpresi, provenendo questa linea da chi è stato presidente del Partito democratico della sinistra e che anche negli anni successivi non ha certo dimostrato vicinanza alle forze della sinistra radicale che contavano maggiore forza allora. Ma anche allora, tra anni ’90 e Duemila, in certa sinistra italiana era d’uso criticare il maggior partito della sinistra riformista (Pds, poi Ds, poi Pd) salvo guardare con sufficienza le forze alla sua sinistra.

Qualcuno potrà replicare che già negli anni ’90 e Duemila le forze della sinistra radicale mostravano i loro limiti e che invece la storia recente di Syriza ci obbliga a fare piazza pulita e fare qualcosa di “nuovo”, una “coalizione sociale” come va di moda oggi.

E allora, affrontiamo finalmente anche il versante storico per ricordare – a quanti si sentono “zavorrati” dai vecchi partiti e oggi guardano a Syriza come modello e nuova frontiera della sinistra, nuovo brand da cavalcare nella discussione pubblica a sinistra in Italia e magari gettare via tra qualche mese perché già vecchio e superato da un nuovo marchio – alcuni dati riguardanti Syriza che chiunque potrebbe verificare.

Primo, Syriza è la sigla di “Coalizione della Sinistra Radicale”. Sì radicale, un aggettivo per tanti anni in Italia negativamente percepito da tanti alfieri della sinistra, un aggettivo dipinto quasi come infamante ai tempi dei governi Prodi perché la sinistra radicale metteva sempre in pericolo l’unità della “sinistra”. Un aggettivo tanto vituperato in Italia ieri che oggi diviene potabile perché importato dalla Grecia e sembra accettabile anche a quanti nel recente passato sono stati, e tuttora ci stanno, nel Pd o addirittura sembra ridestare quanti avevano abbracciato le poetiche speranze vendoliane perché stanchi di una sinistra radicale.

Secondo, Syriza nasce come coalizione nel 2004 aggregando partiti preesistenti di orientamento comunista, socialista, ambientalista nonché gruppi politici maoisti, trotskisti oltre che numerosi attivisti di sinistra indipendenti. Solo nel 2012, per via di meccanismi elettorali che penalizzano le coalizioni in Grecia, si avvia il processo di trasformazione in partito unico vero e proprio. Quindi Syriza non nasce dal nulla o dal basso come per incanto ma dalla coalizione/accordo in occasione delle elezioni politiche del 2004 e mette insieme formazioni grandi e piccole la cui cultura politica in tutti questi anni in Italia è stata vista come anticaglia, cascame ideologico, spazzatura della storia, perché in Italia ci sono tanti “modernizzatori” a sinistra.

Terzo, il principale tra i partiti fondatori di Syriza è stato il Synaspismos, acronimo di Coalizione della Sinistra, dei Movimenti e dell’Ecologia, fondato nel 1991 ed erede a sua volta del KKE-interno (Partito comunista-interno), favorevole all’integrazione della Grecia all’interno della Comunità Europea in prospettiva eurocomunista, a differenza del KKE filosovietico (Partito comunista ellenico). Sia il Synaspismos che Syriza sono state da sempre organizzazioni “sorelle” di Rifondazione comunista e hanno dato vita insieme anche a Pcf, Izquierda Unida e Linke nel 2004 al Partito della Sinistra Europea che ha candidato nel 2014 – dopo dieci anni dalla nascita – Tsipras a presidente della Commissione europea.

Quarto, Syriza non parte bene elettoralmente parlando nel 2004, raccoglie il 3,3% e solo 6 deputati, tra l’altro tutti provenienti dal Synaspismos cosa che crea successivamente tensioni all’interno della coalizione. Come si vede, tutto il mondo è paese, anche in Grecia e all’interno di Syriza, dove tuttora persistono differenze interne e discussioni serie, all’interno però di una piattaforma politica antiliberista e di una prevalente cultura politica anticapitalista. I nuovi seguaci italiani di Syriza sono altrettanto convinti di voler realizzare anche qui in Italia una forza politica anticapitalista e antiliberista? Oppure serve tifare Syriza come fanno D’Alema, Civati e Fassina solo per regolare le partite interne italiane del Pd?

Quinto, Syriza prosegue la sua crescita attraverso discussioni anche accese all’interno ma continua ad aggregare nuove organizzazioni. In altre parole, si tratta fino al 2012 di una confederazione che aggiunge pezzi preesistenti strada facendo, quelle che Rodotà chiama “zavorre”: nel 2007 l’Organizzazione Comunista di Grecia, il gruppo ambientalista Intervento Ecologico e il Movimento Democratico Sociale, nel 2008 la formazione trotskista Xekinima.

Sesto, per spiegare il miracolo elettorale del maggio 2012, quando Syriza diventa la seconda forza del parlamento greco, preceduta da Nuova Democrazia e seguita dal Pasok, sicuramente incidono la crisi, sicuramente le difficoltà dei socialisti, ma forse vale la pena ricordare che in tutti gli anni ’90 prima e Duemila poi, il Synaspismos prima e Syriza poi hanno costruito la credibilità che oggi detengono ponendosi in alternativa non solo al centrodestra ma anche al centrosinistra (Pasok), scontando a volte anche sconfitte elettorali. Servirà ricordarlo a quanti oggi si appassionano al fenomeno mediatico Tsipras oppure organizzano “brigate” di turisti politici per vedere come i compagni greci hanno saputo costruire qualcosa di nuovo con un gusto di antico? Oppure il richiamo all’antichità che vale è solo quello del teatro classico, della culla della democrazia e non quello del movimento operaio e dei partiti comunisti occidentali come quello italiano che figura tra i riferimenti di Syriza? E ancora, ve lo immaginate un leader di sinistra italiana che, come fece Tsipras nel maggio 2012 annuncia che non riuscirà a formare il governo poiché non dispone di un numero di deputati sufficiente per avere la maggioranza in Parlamento, senza battere ciglio dinanzi al dibattito su larghe intese anche a sinistra perché tanto non si può fare altrimenti (do you remember Monti?).

Fatte queste piccole e doverose precisazioni, su una cosa però possiamo concordare con Rodotà: “Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra”, a patto che si evitino scorciatoie, mistificazioni e si affrontino seriamente i nodi dell’organizzazione nella costruzione di una forza politica che abbia un orizzonte generale di trasformazione, non semplicemente quello di amministrare onestamente lo stato presente di cose.

Per queste ragioni velocemente presentate, riteniamo fuorvianti e contraddittori gli ingredienti suggeriti da Rodotà: “Prima mettiamo in relazione i soggetti sociali, in primis il sindacato, con le reti civiche e strutturiamo un minimo di organizzazione, rilanciando l’attivismo dei cittadini. Da tempo propongo alcune riforme e modifiche dei regolamenti parlamentari per dare maggiore potere alle leggi di iniziativa popolare. Ad inizio legislatura, in concerto con il gruppo del Teatro Valle, abbiamo inviato ai parlamentari una serie di proposte su fine vita e reddito minimo garantito… non sono nemmeno arrivate in Aula”. Come potranno mai arrivare in aula proposte, progetti da parte di pezzi di società e interessi materiali se questi stessi pezzi di società e interessi materiali non decidono consapevolmente, rifiutano o sottovalutano la necessità inaggirabile di organizzare un soggetto politico che conti nella società, svolga attività socialmente utili e contemporaneamente le rappresenti in tutte le sedi istituzionali e culturali dando battaglia culturale, economica e politica.

Non si può citare e alludere al modello Syriza così come attuato in Grecia, come fa Rodotà, e dall’altro lato fare l’elegia dei “partiti di massa [che] erano i referenti delle domande sociali, le selezionavano e le portavano in Parlamento. Io c’ero, me lo ricordo. Questo non esiste più”. Se questo non esiste più in Italia ma, a quanto pare, in Grecia sembra rinnovato in nuove forme e con nuova forza, significa che anche qui dobbiamo mettere a tema la costruzione di una forza politica a tutto tondo per non accontentarci più – come negli anni del antiberlusconismo – della magistratura che colma questo vuoto politico.

Altrimenti lo si dica, anche a noi piccoli militanti di base di partiti – pardon di “zavorre” – che bisogna rassegnarsi come in fondo sembrano consigliare le parole finali dell’intervista di Rodotà: “L’aver individuato nella figura di Raffaele Cantone un soggetto politico ha un’importanza storica visto che in Italia la corruzione è ormai strutturale”.

Se è così, se tutto finisce per essere la solita lotta morale tra corrotti e magistrati che danno loro la caccia, allora preferiamo Magalli come presidente di questa Repubblica.

Anche se come sempre noi militanti di base di partito non ci arrenderemo.

Sinistra

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