Fattore Umano

– di Danny Sivo –

“Human Factor”

Si tiene oggi in questi giorni la “convention” di SEL che dovrebbe aprire le porte al mitico nuovo soggetto della politica. L’evento si tiene contestualmente alle elezioni in Grecia, penso non casualmente, cui gli esponenti della sinistra che un tempo avremmo definito  radicale in presenza di una moderata,  guardano con attenzione e speranza.

Da molti anni in Italia ed in Europa si muovono, infatti, due sinistre: una nel campo socialdemocratico e l’altra nel campo comunista e postcomunista; negli ultimi anni, inoltre vanno emergendo in Europa formazioni diverse (Podemos) che si collocano in modo distinto dal campo tradizionale postcomunista.

La chiave di lettura principale italiana, invece, è la sostanziale scomparsa della sinistra o perlomeno del suo impianto culturale classico. Il  punto non ha, infatti, a mio parere, a che fare con un dato elettorale.  Qualcuno oggi potrà argomentare che il partito di Renzi (PdR) è una delle più forti formazioni del campo socialista europeo e che alla sua sinistra sopravvivono soggetti politici che si collocano più a  sinistra anche con presenza parlamentare (SEL e Lista Tsipras). Sta di fatto che proprio per la scomparsa di una certa cultura politica in Italia si sta superando sostanzialmente il Parlamentarismo a favore di un modello ritagliato sull’immagine e potere del primo ministro sostanzialmente senza contropoteri, in assenza di qualunque dibattito serio.

Qui c’è il nodo fondamentale della crisi della sinistra italiana: la personalizzazione della politica quale esito della crisi dei partiti. Dopo “tangentopoli”, infatti, le élite di questo paese (e poi il popolo) in cui il corporativismo ed il sovversivsmo delle sue classi dirigenti non ha mai smesso il suo servizio permanente ed effettivo hanno cominciato una campagna incessante contro il partito politico e la mediazione politica. Ogni forma di compromesso e di rappresentanza di parte (e quindi se ci pensate del conflitto a partire dal principale capitale/lavoro) è stato al centro di attacchi continui in uno stillicidio che ha visto anche la magistratura ed i media, questi ultimi nelle mani dei potenti di oggi, che ha sfiancato totalmente la politica basata sulla forma partito. Ancora oggi miti della sinistra radicale come Rodotà indicano nei partiti il problema e nella mitica società civile e in presunti diritti acquisiti la soluzione. La stessa esperienza della lista Tsipras alle ultime europee è riuscita a farsi rappresentare in Parlamento da due editorialisti di “La Repubblica” con un dibattito preliminare surreale in cui si chiedeva ai dirigenti politici in quanto tali di non presentarsi alle elezioni.

Il punto per la sinistra sta qui. Esiste la possibilità per una sinistra soprattutto quella più radicale, di esistere senza rilanciare una moderna forma di Partito? Secondo me no purtroppo secondo le classi dirigenti dei partiti  della sinistra radicale si; ma andiamo con ordine.

Se, infatti, si parte dall’assunto che il nodo principale del  Renzismo non è la linea politica centrista che è, invece, la conseguenza di un partito fondato sulle primarie aperte all’indistinto “cittadino” portatore di interessi neutri (e che neutri non sono) e non sugli iscritti o sul legame con il sindacato come ancora accade nelle socialdemocrazie europee. La conseguenza è che  l’alternativa al Renzismo dovrebbe essere innanzitutto sulla forma della democrazia e quindi sul modello politico prima ancora, paradossalmente che sui contenuti. Come è noto in modelli simili a quello oramai presente in Italia (primarie e direttismo) come negli USA esistono singoli esponenti e movimenti anche molto “radicali” che però non diventano “politica” e rappresentanza della stessa nelle istituzioni. Non è un caso che nel PdR possono coesistere da Gennaro Migliore a Romano (insomma dalla destra alla sinistra) in nome e per conto del sovrano leader (e quindi comanda la destra).

Ognuno rappresenta un pezzo verso la istituzionalizzazione della corporazione con un solo obbiettivo costruire un pezzo di potere che in assenza sostanziale di opposizione gioca unicamente nel suo recinto la partita per la leadership. Il sistema basato sulle primarie rende possibile, in realtà solo uno scontro tra chi detiene maggiori risorse economiche tagliando fuori ogni possibilità per chi viene dalla tradizione comunista o socialdemocratica (vedi vicenda Cofferati) di potere giocare ad armi pari.

Insomma in Italia la sinistra grazie a Veltroni e con il placet finale, purtroppo di Bersani che avrebbe dovuto impedirlo, ha ceduto il proprio strumento di rappresentanza della sua parte agli avversari politici (nella sostanza) ma non riesce ad uscirne. Dico subito che la partita interna del PD con le regole vigenti rende praticamente impossibile cambiare la maggioranza una volta che si è consentito al “soggetto” di divenire “spazio”.

In questo quadro, quindi, non sorprende che la sinistra cosiddetta radicale (soprattutto SEL mentre discorso a parte andrebbe fatto per quanto resta del PRC) non riesca a schiodarsi da sondaggi impietosi anche e nonostante la linea centrista quando non di destra del PD dal  Job’s  Act alle riforme istituzionali.

Il paradosso di questa vicenda è, infatti,  che l’opposizione al Renzismo viene più dall’interno dello stesso PD che dall’esterno. La cosa è  solo apparentemente paradossale poiché è all’interno (per ora) del PD che si trova quel pezzo di politica da Bersani a Fassina (sintetizzo) che ancora si pone come alternativo CULTURALMENTE al modello leaderistico e favorevole all’idea più tradizionale di partito. L’idea, insomma, che un partito non sia solo uno spazio politico in cui organizzare scorribande ma un soggetto che seleziona classe dirigente in rappresentanza di una parte che un tempo avremmo chiamato “classe”.

Invece, altrove, soprattutto in SEL permane il germe della stagione fondativa di quel soggetto (quella del vendolismo in cui è stato coltivato il seme della personalizzazione poi usato da Renzi) ed oggi si appalesa chiaramente nella Kermesse milanese di Human Factorin cui (ancora!) vengono apparecchiati tavoli tematici che confluiscono in una plenaria in cui parlano i leader che dovrebbero dare vita all’ennesimo accrocchio, un disastro annunciato, l’ennesimo.

Lo “Human Factor” vero della sinistra si chiama MILITANZA; essa si fonda su un lavoro culturale e politico che matura negli anni se non nei decenni e che fa si che ancora oggi un quarantenne come me abbia chiare categorie che nessuna “generazione indistinta X”  può avere in testa senza un soggetto politico capace di incanalare energie verso il cambiamento, reale, delle cose. Invece, pare evidente, che tutte queste alchimie politiche dall’ultima fase declinante del Bertinottismo (a proposito di protopersonalizzazione) ad oggi hanno una sola costante la “rottamazione” della militanza intesa come bagaglio diffuso e prezioso di partecipazione politica attiva e non passiva e di fatica e conflitti sostituita dal social network e dalla comunicazione. Cosa era la sinistra se non milioni di iscritti che tenevano accesa la discussione e la politica e gli ideali in ogni quartiere, scuola, luogo di lavoro tra docenti studenti ed operai? Nulla. Cosa è un dirigente politico se non chi cura meticolosamente il radicamento e la crescita della propria COMUNITA’ politica? Secondo me nulla e se osserviamo quanto ancora oggi si pensa di rimettere insieme la sinistra organizzando una “Leopolda di  Sinistra” significa non avere capito nulla, oppure di avere capito tutto e di essersi adeguati.

La prova del nove? La Puglia. Qui si era insediata la classe dirigente che fu quella dell’ultimo PRC dopo la sconfitta della Sinistra Arcobaleno. Qui per dieci anni quella classe dirigente ha avuto tutti gli  strumenti per dimostrare quanto valesse senza impacci con un PD diviso e litigioso. Dopo dieci anni  di  governo Vendola sul territorio  rimane pochissimo, tanto poco da non essere in grado neppure di presentare una lista connotata a sinistra. Si tratta di una cosa del tutto normale, purtroppo, poiché, appunto, in dieci anni si può costruire ma anche deludere in modo strutturale la tua comunità che va disperdendosi qui come pure in Emilia come dimostrano i dati sulla affluenza al voto alle ultime primarie.

Per quanto mi riguarda l’unico “Human Factor” che mi appassionerebbe è la ricostruzione di un soggetto politico fondato su una comunità di esseri umani che hanno ideali, passioni ed obbiettivi comuni. Il resto è spettacolo utile ad alimentare la stagione post moderna ed in ultima analisi a prescindere dai contenuti ad essere un pezzo del problema piuttosto che la sua soluzione.

PS forza Syriza

Sinistra
One comment on “Fattore Umano
  1. Onestamente mi sorprende positivamente che alcune mie analisi e sintesi di vecchio (64 anni) comunista siano coincidenti con un profilo culturale formatosi negli anni 90, in quanto ho spesso pensato di essere io un po’ fuori del tempo e di essere incapace di “comprendere” (per me) questi strani “nuovi orizzonti”.
    Vabbè!!! e poi…..? (l’interrogativo non è retorico)

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