Il neoborbonico come capro espiatorio

– di Onofrio Romano –

(da Italianieuropei n. 6/2017)

La mozione dei Cinquestelle per l’istituzione di una giornata in ricordo delle vittime meridionali dell’Unità d’Italia, approvata il 4 luglio scorso a larghissima maggioranza dal Consiglio Regionale pugliese, ha ridato fiato alle trombe neo-borboniche, ossia a quel fortunato filone revisionista inaugurato qualche anno fa dal giornalista e storico per diletto Pino Aprile. La tesi è nota: l’Unità d’Italia è stata poco meno che un’annessione. I piemontesi hanno occupato militarmente il Sud, depredandone le risorse, passando per le armi gli oppositori, radendo al suolo interi paesi. Di più: il famigerato “divario” non è altro che un effetto dell’annessione. Prima del 1861, infatti, il Sud stava, per molti aspetti, meglio del Nord. Sotto i Borbone la vita dei meridionali scorreva serena e persino ben agganciata alla locomotiva della modernità.

La reazione non si è fatta attendere. Appelli, raccolte firme, articoli, prese di posizione di singoli intellettuali e d’intere società di studi storici hanno vigorosamente denunciato sia i contenuti della narrazione neoborbonica sia soprattutto le patologie socio-politiche che si nascondono dietro la sua diffusione e il suo riconoscimento politico-istituzionale (non il primo, per la verità). Non intendiamo aggiungervi qui la nostra denuncia (operazione ormai del tutto soprannumeraria), quanto piuttosto provare a pesare l’effettiva consistenza della “minaccia” neoborbonica. Pesarla sia sul piano quantitativo, ergo nel suo livello di diffusione a Sud, sia sul piano qualitativo, vale a dire nell’effettività della sua cifra “sovversiva”.

In una recente ricerca coordinata dall’Università di Bari – i cui principali esiti sono stati raccolti nel volume Buonanotte Mezzogiorno. Economia, immaginario e classi dirigenti nel Sud della crisi (Carocci 2017), a cura di Daniele Petrosino e del sottoscritto – abbiamo provato a testare, tra le altre cose, la diffusione della “sindrome neoborbonica” presso i membri della classe dirigente meridionale, sia attraverso un’indagine di tipo quantitativo sia con un affondo qualitativo. Ad un campione di oltre 1400 componenti della classe dirigente meridionale (variamente selezionati tra docenti universitari, imprenditori, giornalisti, politici, amministratori pubblici, nuove élite) sono stati somministrati una serie di enunciati (affermazioni di valore attinte da diverse fonti del dibattito pubblico su questioni sociali, economiche e politiche concernenti il Mezzogiorno e non solo) ordinati secondo la tecnica della scala Likert, nei confronti dei quali gli intervistati sono stati invitati a manifestare il proprio grado di accordo o di disaccordo. Tra questi figurano due enunciati “fuori scala” che fanno esplicito riferimento alla narrazione neoborbonica: uno di tipo descrittivo, l’altro di tipo normativo. Rispetto al primo (“L’Unità d’Italia è un mito che nasconde l’annessione, con la forza, del Sud al Nord”), il 60% dei rappresentanti della classe dirigente meridionale si è dichiarato in disaccordo. Sul secondo (“Affinché il Mezzogiorno conosca finalmente il suo riscatto, occorre costruire una forza politica autonoma che ne difenda gli interessi”), il dissenso sale fino a oltre il 73%. Da rimarcare, in questo caso, che gli imprenditori – ossia il segmento che siamo abituati a considerare più dinamico e novatore – manifestano maggiore indulgenza (60% di disaccordo) alla prospettiva del leghismo meridionale rispetto alla categoria dei politici (72% di contrarietà). Insomma, la sindrome neoborbonica non pare insinuarsi in maniera significativa nelle visioni di sviluppo detenute da coloro che si trovano alla testa del Sud, i quali invece presentano, nel complesso, tipi di mentalità del tutto allineati al mainstream del dibattito internazionale (dal neoliberalismo, all’enfasi sulla società civile, alla rivalutazione del ruolo dello Stato).

Sul fronte qualitativo, l’indagine si è concentrata su un campione più ristretto di classe dirigente: oltre 60 soggetti selezionati tra i responsabili apicali di strutture incidenti per funzione e competenza sugli indicatori territoriali di sviluppo analizzati periodicamente nei rapporti Istat-DPS. Attraverso interviste in profondità, ci si è soffermati sulle ragioni dell’insuccesso delle politiche di sviluppo condotte nell’ultimo trentennio – la stagione del “localismo virtuoso”, come ribattezzata ironicamente da Franco Cassano – nonché sulle visioni e sulle ricette di sviluppo da adottare, a opinione degli intervistati, nella fase presente. Qui la sindrome neoborbonica scompare completamente. In nessuno dei protocolli d’intervista fanno capolino, nemmeno incidentalmente, le tesi care al repertorio neoborbonico. Quando si viene al sodo, ossia alla discussione sulle ragioni del mancato sviluppo e agli orizzonti futuri possibili, gli addetti al ramo appaiono del tutto alieni a infatuazioni revisioniste.

In sintesi, a dispetto della sua fortuna giornalistica e dei colpi di teatro messi a segno da singoli personaggi e consessi politici a corto d’idee, la sindrome neoborbonica non fa breccia tra i componenti della classe dirigente meridionale. Una delle ragioni di questa scarsa diffusione rimanda al secondo punto – quello qualitativo – cui abbiamo fatto cenno: quanto è sovversivo il neoborbonismo? A prescindere dalla loro diffusione, possiamo affermare che i contenuti della narrazione neoborbonica ci portino effettivamente sulla “cattiva strada” e quindi meritino una mobilitazione collettiva in senso oppositivo?

Ebbene, la ragione per la quale il neoborbonismo risulta assente nei discorsi dei membri della classe dirigente meridionale (almeno di quelli da noi consultati) è che esso è del tutto afasico. Non dice niente né sul piano descrittivo né soprattutto sul piano normativo. O meglio, esso non dice nulla di “inaudito”. Volendo essere ancor più precisi, il suo discorso è totalmente fagocitato, integrato nella vanvera corrente sullo sviluppo del Sud. Le fantasie storiche vendute (letteralmente) dal neoborbonismo sono, sul piano descrittivo, inservibili per la spiegazione delle ragioni del fallimento del localismo virtuoso. Ma la sua inoffensività si rivela soprattutto sul piano normativo. Qual è, vale a dire, la ricetta per il Sud proposta dai neoborbonici? Nient’altro che “l’autonomia del sociale”. Essi non vogliono certo il ritorno di un Ferdinando, ma essendo convinti che il Mezzogiorno è in sé vivo e dinamico, che la ragione della sua arretratezza stia nella depredazione secolare subita e non avendo sviluppato, al di là della generica e moralistica accusa di latrocinio rivolta al Nord, alcun apparato critico nei confronti del sistema regolativo vigente a livello globale, i neoborbonici sono convinti che il riscatto del Sud passi per la sua autonomizzazione. Per il “lasciar fare” agli attori meridionali. I quali, in realtà, ci dicono Aprile & Co., già fanno abbondantemente. Se non se ne vedono i frutti è solo colpa della cappa nordista che grava ancora sulle loro teste. Insomma, a guardar bene, quella proposta dai neoborbonici è la stessa ricetta – esattamente la stessa – applicata negli ultimi trent’anni a Sud: favorire l’autoattivazione degli attori territoriali (il localismo virtuoso). I “barbari” neo-borbonici hanno la medesima idea di società (e di sviluppo) dei “civili” che vi si scagliano contro.

Per riassumere: 1) la sindrome neo-borbonica ha scarso seguito presso le classi dirigenti meridionali; 2) le idee che promuove sono (sul piano normativo) del tutto “conformiste”, quindi inoffensive. Al netto della puzza sotto il naso che il cialtronismo intellettuale normalmente suscita tra le persone assennate, il neoborbonismo rappresenta oggettivamente una minaccia spuntata.

Possiamo dunque stare tranquilli? Certo che no. Ma le ragioni per non stare tranquilli non sono quelle denunciate dai protagonisti delle (pur meritorie) campagne anti-neoborboniche. I motivi d’inquietudine che la vicenda solleva vanno ricercati altrove. E, per farlo, la domanda giusta da porsi è: perché ci sentiamo minacciati da un pensiero così minoritario, inconsistente e conformista?

Poiché la vicenda è il chiaro sintomo della “nostra” afasia politica. Il meccanismo è sempre quello rivelatoci a suo tempo da Adorno & C. ne La personalità autoritaria. Il sistema nel quale galleggiamo da oltre trent’anni (quello neoliberale) produce un disagio profondo al quale non sappiamo rispondere. Riteniamo di vivere nel migliore dei mondi possibili, rispetto al quale ogni alternativa è sempre peggiore. Ma nel migliore dei mondi stiamo sempre peggio. Dovremmo metterlo in discussione. Questo, però, implica che ci si assuma la responsabilità “politica” della costruzione del mondo. Cosa inaudita. Questo sistema non lo permette, poiché la sua promessa di benessere è fondata proprio sull’automatismo del mercato-società e abbandonare quella promessa è un salto nel buio di un passato ancora traumatico (quello novecentesco). Quando le persone non riescono più a giocare come soggetti “responsabili” della propria felicità e del proprio mondo, quando non sono più in grado di agire per il mutamento del sistema, quando sentono di non poter più incidere sulla realtà nella quale risiedono, allora la colpa del loro disagio, anziché al “sistema”, viene ad essere affibbiata a una minoranza qualsiasi, in funzione di capro espiatorio. Se il sistema ci devasta ma ci sembra al contempo immutabile, allora ce lo facciamo piacere attribuendo il disagio al primo minorato che capita a tiro. Capovolgiamo, cioè, la favola de “la volpe e l’uva”. In quella, la volpe diceva di rinunciare all’uva poiché acerba, invece di riconoscere di non sapere balzare così in alto da afferrarla. Nella nostra favola, invece, sosteniamo che l’uva marcia è buonissima, ma solo perché non siamo in grado di coltivarne altra. Dopodiché attribuiamo il mal di pancia che ne segue al neoborbonico di turno che vuole mangiare la nostra buonissima uva (quella marcia).

“Il pensiero meridiano” è stata l’ultima occasione che ci siamo dati per pensare un altro Sud, un altro mondo. L’abbiamo persa. Inutile ora prendercela con i mentecatti.

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