Sulle coincidenze

Racconto in quattro movimenti, finale breve, finalino e postilla.

 

 1. Nuvole, Milano intorno al 1509

 

A Leonardo da Vinci piaceva guardare le nuvole. Nel “Trattato sulla pittura” consiglia a chi voglia farsi pittore di guardarle per diventare padrone «di tutte le cose che possono cadere in pensiero all’uomo» perché osservandole è possibile «(…) trovarvi invenzioni mirabilissime che destano l’ingegno del pittore a nuove invenzioni di componimenti di battaglie, di animali e di uomini, come di vari componimenti di paesi e di cose mostruose, come di diavoli e simili cose (…)».

Esistono secondo Leonardo “nuvole” e “nuvoli”. Le prime “sono nebbia tirata in alto dal caldo del Sole” che continuano a salire finché, condensandosi per via dell’aria fredda che incontrano in quota, non acquistino un peso sufficiente a bilanciare la forza che le tira su. Il processo di condensazione non avviene però in maniera uniforme: le parti interne delle nuvole, quelle non ancora venute a contatto con l’aria fredda, continuano a cercare di salire. Per farlo devono spostare le parti che si trovano più in alto e che si vanno man mano raffreddando e che quindi, in ragione della spinta dal basso e del peso che vanno acquisendo, scivolano giù creando volute che danno alle nuvole forme di montagne o di qualunque altra cosa un occhio ispirato voglia vedervi. Ma, a questo punto, le “nuvole” sono diventati “nuvoli”. Noi diremmo “nubi”.

 

2. Sconosciuti nel parco, Vienna 1913

 

Nubi così si addensavano sopra Vienna in un pomeriggio di gennaio del 1913. Viste dal Parco del Castello di Schönbrunn dovevano sembrare ancora più incombenti.

C’è un uomo che cammina nel parco. Fa molto freddo ma lui non sembra farci caso. Non è molto alto, ha 35 anni e indossa un vecchio cappotto da contadino. Un gran paio di baffi ispidi rivolti verso il basso gli nascondono parzialmente i segni che il vaiolo gli ha lasciato sul viso. Zoppica. Qualche giorno prima ha cercato di imparare ad andare in bicicletta – “un rivoluzionario deve andare veloce” gli hanno detto. I risultati sono stati disastrosi. Sul risvolto del cappotto c’è scritto “Stavros Papadopulos”, un nome greco che potrebbe anche essere georgiano. Sul passaporto, falso, che ha in tasca è riportato lo stesso nome.

C’è un altro uomo che percorre lo stesso viale ma in direzione opposta. È più giovane di una dozzina di anni, più alto e molto magro. Anche lui porta i baffi ma sono molto più piccoli e curati. In verità si tratta dell’unica cosa curata in una figura piuttosto malmessa. Alloggia nel dormitorio maschile di Maldemannstraße a qualche chilometro di distanza, ma viene spesso al parco a cercarvi ispirazione: si guadagna da vivere dipingendo acquerelli di vedute e monumenti di Vienna dopo che la sua domanda di ammissione all’Accademia di Belle Arti è stata respinta per due volte. Lui l’ha presa molto male.

Nel gennaio del 1913 il mondo già celebra Picasso come uno dei grandi geni del secolo; Marcel Duchamp, che sta per diventare famoso con l’ultimo dipinto che realizzerà prima di abbandonare l’arte “retinica e olfattiva”, già si trastulla con la ruota di bicicletta che ha piazzato su uno sgabello; De Chirico ha iniziato a stendere il colore del suo primo paesaggio metafisico. A Vienna Gustav Klimt e Koloman Moser guardano turbati e affascinati le opere di Egon Schiele e Oscar Kokoshka. Lui invece dipinge, imperterrito e con non molto talento, come un vedutista tardo romantico: questa nuova arte proprio non gli piace. E, con l’andare avanti degli anni, svilupperà verso di essa un odio profondo, talmente profondo che venticinque anni dopo promuoverà una mostra, che partendo da Monaco girerà tutto il Terzo Reich, nella quale 650 opere dei più grandi maestri delle prime avanguardie rastrellate da tutti i musei tedeschi e austriaci saranno esposte sotto il titolo di Entartete Kunst, “Arte degenerata”. Il suo nome è Adolf Hitler.

L’altro uomo invece di arte proprio non si interessa, anche se in futuro diventerà un estimatore di una certa forma di realismo: in questo momento è troppo impegnato nella stesura di un libro che gli è stato commissionato da Lenin in persona – “Il Marxismo e la questione nazionale” si chiamerà – e nel tentare di sedurre la bambinaia della famiglia Trojanovkij presso la quale alloggia. Ma, pur provandoci con ostinazione per tutte e quattro le settimane della sua permanenza a Vienna, non ci riuscirà. Ci riuscirà invece, e in un solo pomeriggio, Nikolaj Ivanovič Bucharin che era passato a trovarlo per aiutarlo in certe traduzioni.  Questa cosa a Iosif Vissarionovič Džugašvili non andrà giù per tutta la vita. E così, 25 anni dopo, quando ormai tutto il mondo lo conoscerà come “Stalin”, più o meno nello stesso periodo in cui Adolf Hitler si prenderà la sua personale rivincita verso il mondo dell’Arte che non lo aveva voluto, Stalin si prenderà la sua verso Bucharin facendoli piantare una pallottola nel cranio.

Ma oggi questi due uomini che non si conoscono e che sono pressoché sconosciuti al mondo procedono uno verso l’altro percorrendo in senso opposto uno dei viali del parco. Forse i loro sguardi si incrociano, forse educatamente accennano un saluto per poi procedere oltre in direzioni opposte. Non si incontreranno mai più. Anche quando nel 1939 si spartiranno la Polonia il fatidico Patto lo faranno firmare ad altri.

 

3.  Ancora nuvole, ma c’è anche la Luna. Delfi dopo il 75 d.C.

 

Se Leonardo poteva invitare a guardare le nuvole per stimolare fantasia e immaginazione (e Andrea Mantegna nelle nuvole che dipingeva inseriva per davvero visi e figure di cavalieri, come sul soffitto della Camera degli Sposi nel Palazzo Ducale di Mantova) è perché c’è chi su un muro scrostato scorge l’immagine di Padre Pio; o il viso di Cristo nella schiuma di un cappuccino o persino in una forchettata di spaghetti. Si chiama “pareidolia”. Noi esseri umani siamo fatti così: abbiamo una predisposizione profonda a scovare in ciò che ci circonda schemi, ripetizioni, ritmi, analogie, coincidenze. E sulla base di questi schemi, ripetizioni, ritmi, analogie e coincidenze a costruire racconti. Siamo animali narranti.

Plutarco – la durata della di cui vita si è sovrapposta per alcuni decenni a quella di Paolo di Tarso e che è vissuto dunque in quel “momento unico”, come ha scritto Yourcenar, «quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, (…) in cui è esistito l’uomo, solo» e che, come sacerdote del Santuario di Delfi, l’agonia degli dei antichi ben vedeva al punto da scrivere della morte del “grande dio Pan” e da dubitare della efficacia degli oracoli non troppi anni dopo che l’imperatore Claudio aveva asserito che “l’Impero tutto si fonda sul vaticinio” –  si chiese in un libretto intitolato “Sul volto che si vede nel disco della Luna” perché mai quel viso si scorge agevolmente quando si guarda distrattamente e di sbieco e invece sparisce quando i tratti di quel volto si vogliano rintracciare con precisione. La sua risposta è che noi abbiamo bisogno del mito. È proprio in quel vedere e non vedere che risiede la natura del mito, che non sta in piedi quando lo si sottopone a una analisi attenta e razionale, ma che, se ci si lascia andare, se lo si ascolta “sospendendo l’incredulità”, allora riempie il cuore. Siamo animali narranti e, in quanto tali, estremamente vulnerabili ai racconti: per una storia ben narrata siamo pronti a uccidere e a farci uccidere.

 

 

4. Traumdeutung. Londra 1610

 

Forse il significato profondo del nostro essere “animali narranti” ce lo rivelano i sogni e il loro fondamentale paradosso: per essere fissati i sogni devono essere raccontati, trasformati in narrazione. Il che equivale, come direbbe Caillois, a cercare di vedere le tenebre usando una lanterna. Raccontata, la trama del sogno, che pure fino a un attimo prima ci sembrava dotata di una buona coerenza, inevitabilmente si sfalda. Potremmo attribuire queste incoerenze alle incapacità della memoria di trattenere i sogni per un lasso di tempo che non sia assai breve. Ma capitano a volte alcune singolari coincidenze fra ciò che sogniamo e ciò che, mentre sogniamo, accade nel mondo esterno che spingono verso un’altra interpretazione.

Può per esempio capitare che qualcuno nel sogno bussi alla nostra porta e scoprire, svegliandoci, che effettivamente è così. Ma quel bussare onirico arrivava a conclusione di una lunga trama, come potevamo dunque sapere sin dall’inizio del sogno che qualcuno avrebbe bussato alla nostra porta?

Dobbiamo credere che il sogno corrisponda in realtà all’ultimo stato mentale in cui si trova il nostro cervello prima del risveglio, stato mentale in cui tutti gli elementi che compongono il sogno esistono contemporaneamente. È la nostra coscienza che riemergendo, tornando padrona della psiche, fa quello che fa sempre: utilizzare gli elementi intorno a sé organizzandoli secondo rapporti temporali, analogici e di causa ed effetto. “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” dice a ragione Prospero.

 

5. Fine. Ma avanza un pezzo. Sempre Vienna, sempre 1913

 

Sappiamo con certezza che nei primi mesi del 1913 Hitler e Stalin risiedettero entrambi a Vienna e che avevano l’abitudine di frequentare gli stessi luoghi: che si siano dunque effettivamente incontrati nel parco del castello di Schönbrunn l’ultimo anno di pace prima che si scatenasse l’inferno è dunque assai probabile; d’altra parte che questo incontro accidentale debba essere annoverato nel mucchio incoerente delle coincidenze prive di qualunque significato è cosa di cui non è lecito dubitare.

 

A questo punto il racconto sarebbe finito, se non fosse per un elemento che mi sarebbe piaciuto inserire nella storia, che lo pretenderebbe anzi, ma che mi vedo costretto a mettere da parte arrendendomi alla evidenza che il produttore del puzzle deve aver sbagliato a confezionare la scatola. E dunque lo lascerò cadere con nonchalance: non distante dal Castello di Schönbrunn, in Bergasse 19 c’è, oggi trasformato in museo, lo studio di Sigmund Freud; dalle sue finestre il parco si vede in lontananza. Se quel pomeriggio di gennaio fosse stato un mercoledì tutti i membri della Società psicologica avrebbero forse potuto vedere quei due sconosciuti quasi sfiorarsi.

 

6. Finalino. Harmonìe aphanés. I pezzi che avanzano in verità sono due. Zurigo 1913

 

Sei mesi dopo, a giugno, Carl Gustav Jung che quasi un anno prima aveva rotto con Freud e che da conversazioni prima con Albert Einstein e poi soprattutto con Wolfgang Pauli andava sviluppando la sua idea di come esista una trama nascosta del mondo che le coincidenze in qualche modo rivelerebbero, ebbe un incubo terribile da cui si risvegliò zuppo di sudore: sognò che tutta l’Europa affondava sommersa da gigantesche ondate di marea. È il primo sogno che viene registrato nel Libro rosso.

 

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Sull’incontro fra Hitler e Stalin e su molte altre informazioni qui contenute si veda il libro di Illies Florian, “1913. L’anno prima della tempesta” a cui sono arrivato attraverso una serie di improbabili coincidenze – quindi inevitabilmente – e la cui lettura ha provocato in me lo stesso ilare stupore che provai molti anni fa quando imbattendomi nell’Enigma di Isidore Ducasse di Man Ray cercai di comprenderne il senso.

 

 

La seconda lacrima

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