Serra contro la Storia

– di Massimiliano Civino

Così scrive Serra nella sua rubrica del 21 aprile, L’Amaca:

“Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Cosa che da un lato ci inchioda alla struttura fortemente classista della nostra società (vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo), dall’altro lato ci costringe a prendere atto della menzogna demagogica insita nel concetto stesso di ‘populismo’.  Il populismo è prima di tutto un’operazione consolatoria, perché’ evita di prendere coscienza della subalternità sociale e della debolezza culturale dei ceti popolari.”

Come può un intellettuale preparato ed istruito come Serra, tra l’altro proveniente da un liceo classico, cadere in quelle che a me paiono delle vere e proprie ingenuità? Credo che si possa rispondere: perché, contro gli idealizzatori romantici del ruolo dell’uguaglianza formale, idealizza altrettanto romanticamente il ruolo classista della società, e lo fa cadendo in quell’errore banale che Marx definisce come processo di naturalizzazione della propria condizione e dei propri bisogni.

Ad esempio, se il nostro Serra facesse anche solo un passo indietro nel tempo, scoprirebbe che i suoi genitori erano inseriti in una dinamica sociale decisamente differente da quella che banalmente egli rappresenta. Infatti, fino agli anni Cinquanta del Novecento, il destino personale della stragrande maggioranza dei ragazzi e delle ragazze non era quello di scegliere tra un liceo classico od un istituto professionale, bensì quello di andare a lavorare. In quegli anni, solo il 3% della popolazione arrivava a finire la scuola media superiore, e l’istruzione al di là del livello primario era un bene riservato a pochi eletti, normalmente appartenenti alle classi ricche ed agiate.

Soltanto nel corso degli anni Settanta, grazie all’introduzione di una scuola dell’obbligo e all’affermarsi di un diritto allo studio, intervenne un cambiamento radicale nella diffusione di un’istruzione crescente per tutti, fino all’università.

Quindi, il fenomeno che Serra vorrebbe troppo frettolosamente motivare con una “ragione antica”, andrebbe sviluppato innanzitutto con le lenti della realtà storica invece che quelle dell’ideologia di cui egli è portatore.

Ancora, non dobbiamo dimenticare che i ceti popolari di oggi sono profondamente diversi da quelli del secolo scorso: lavorano metà del tempo, vivono più del doppio, si ammalano di meno, sono molto più istruiti, godono di condizioni materiali dell’esistenza alle quali, a quei tempi, nemmeno i ceti sociali più ricchi potevano aspirare, fanno pochi figli, hanno diritti sociali che in passato sarebbero stati impensabili.

Certo, le condizioni delle relazioni di classe nella società non si sono dissolte, nonostante molte differenze nel benessere materiale siano state storicamente superate. Ma nel cogliere romanticamente questo fenomeno, Serra finisce col rappresentarlo in maniera stravolta.

L’episodio deplorevole avvenuto tra l’alunno ed il professore, non dimostra infatti una contraddizione di natura diversa da quella relativa al ceto sociale di appartenenza? La perdita dell’autorità e l’assenza di rispetto delle regole da parte dei ragazzi, in una società dove molte differenze di classe sono state storicamente superate, non è forse conseguenza dello svolgersi contraddittorio tra la mancanza di un agire comunitario che si impone oggi come necessità e la libertà degli individui che, avendo conquistato un progresso materiale generalizzato, si illudono di poter affermare niente altro che se stessi?

Chi, come Serra, non coglie la vita degli uomini nel suo concreto sviluppo, e considera la struttura fortemente classista della società come fosse sempre uguale a sé stessa, finisce col cancellare quei profondi cambiamenti attraverso i quali è stato possibile superare la subalternità sociale e la debolezza culturale dei ceti popolari nel recente passato, e che oggi determinano contraddittoriamente un impoverimento non necessario impedendo la conquista di una nuova libertà e di uno sviluppo alternativo.

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