…da zero.

Una foto del quartiere San Girolamo, all’incirca nel 2000.

– di Nicola Schingaro – Ma oggi la Sinistra chi rappresenta? Dov’è finito il suo elettorato? Sono domande che forse qualcuno a Sinistra si pone ancora. Gli intellettuali riflettono, producono analisi, cercano risposte. Io non sono un intellettuale, sono solo uno ‘studiante’, anche segretario cittadino di un partito di Sinistra, ma soprattutto uno che proviene dalla periferia, un tempo culla del suo elettorato perché banalmente la Sinistra era nei nostri quartieri. Non ha saputo o voluto comprendere cosa significasse per noi essere ai margini e così non è riuscita a cogliere le potenzialità che dimoravano nei nostri quartieri. Lì aveva dei presìdi, le sezioni, dove noi giovani militanti conoscevamo problemi e bisogni, impugnavamo battaglie, eravamo riconoscibili, costruivamo fiducia e consenso. Man mano, però, la Sinistra si è allontanata. Si è chiusa nelle stanze, tra le elites. Ha forse pensato di poterci rappresentare a distanza o che la nostra fiducia non sarebbe tramontata mai. Mi perdonerete! Ma la Sinistra ha peccato di presunzione. Ci ha lasciati ai margini senza punti di riferimento, e per molto tempo. Ed abbiamo perso fiducia. La sua assenza ha prodotto un vuoto ormai incolmabile perché altri partiti, forze e idee, a loro modo, lo hanno colmato. Nei quartieri la Sinistra non c’è. E non è solo difficile che ci rientri e riconquisti fiducia perché temo non lo possa fare, non tanto in termini di volontà o capacità, ma di collocazione sociale. E non solo perché la Sinistra è per lo più borghese: il quadro è più complesso. La Sinistra non rappresenta e temo non possa rappresentare i ceti popolari: gli esclusi. Entrerebbe subito in contrasto con gli interessi della sua base storica, perché non credo possa esserci una convergenza di interessi tra ceto medio intellettuale, professionale ecc. ed esclusi. C’è un conflitto di interessi, perché il conflitto non è solo con i ricchissimi, ma risiede nelle rendite di posizione (elezioni, stipendi ecc.) che oggi sono un freno per l’ingresso degli altri. Ma se questo si può forse superare con un adeguato lavoro di rielaborazione, c’è qualcosa di più pesante. Perché la Lega vince? Perché ha dato una risposta non storica, ma immediata: protezione e chiusura. Il punto critico è che questa risposta la Sinistra non può darla, ma è l’unica che contingentemente parla alla testa e alla pancia degli esclusi. E mentre la Sinistra si inalbera, la chiusura dei porti ha già portato un mucchio di voti a Salvini: se ci fossero elezioni domani ne prenderebbe tanti in più solo per questo. Per noi questa non è una risposta e bisogna combatterla, ma non si può ignorare il disagio in cui raccoglie i consensi. La sfida è difficile, contro chi evoca facili soluzioni e nemici immaginari bisogna smascherare, ma nel contempo dare risposte a bisogni concreti. Non è più possibile separare queste cose. Vorrei criticare pesantemente la Sinistra partendo magari proprio dal ruolo che ricopro. La situazione è complessa e grave, ma non stiamo facendo la cosa giusta. Non possiamo più permetterci di restare nelle nostre stanze, nelle nostre federazioni e nelle sedi delle nostre associazioni. Se non torniamo nei quartieri, gli spazi di discussione che organizziamo finiranno per essere eventi mondani dove ci diremo cose che forse già conosciamo, spesso senza una severa auto-critica o un’adeguata rielaborazione, o come se avessimo ancora bisogno di capire dove abbiamo sbagliato. Dentro e fuori dal partito, provo spesso a far passare questo messaggio. In prima battuta raccolgo consensi, ma subito dopo scoraggiamento e confusione prendono il sopravvento magari perché “non ci sono più risorse per aprire sezioni” o “militanti nei quartieri” ecc. Tutto si dissolve nel nulla e non cogli più se vi siano limiti solo strutturali o anche sovrastrutturali. Ma se parlassimo un po’ con la gente dei quartieri ci accorgeremmo che è necessario farlo e che da soli i tentativi di ricostruzione dall’alto sono vani. Oggi è più difficile tornare nei quartieri e riguadagnarsi fiducia, ma se la sfida è ricostruire una forza di Sinistra, bisogna misurarsi con questo: è ormai evidente che il partito dell’elite intellettuale non serve a niente. Forse non si potrà tornare al passato, ma si può fare ancora qualcosa di radicato nei territori. Su questo Salvini ci schiaffeggia ancora. Il suo partito, la Lega, lo fa. Ha resistito. E ciò gli ha consentito di acquisire consenso: è l’ultimo partito rimasto radicato sul territorio e si è costruito con quella forma. È difficile, ma si può e si deve fare. Troviamo il modo! Lo scenario in cui siamo è drammatico: è la prefigurazione di forme di parafascismo. Non è altro. Possiamo mascherarle con elezioni o altro, ma stiamo andando verso regimi fortemente autoritari e protezionistici. Sarà una cosa di breve periodo? Forse sì. Ma produrrà molti danni, così gravi che è difficile prevedere cosa resterà. E non mi illuderei troppo per le recenti vittorie nelle amministrative. E non vedo di certo la soluzione nei tentativi di riassetto organizzativo dall’alto di coalizioni e partiti se l’obiettivo prioritario non è la ricostruzione di una base che non c’è. La Sinistra deve riconoscere il proprio fallimento e – sarà faticoso, ma deve – ripartire da zero. E un buon punto di partenza è quello di uscire dalle nostre recinzioni, di tornare nelle strade, di ascoltare e parlare con la gente dei quartieri per costruire una visione comune della città, della società o del mondo che vorremmo.

Occhi quadrati - Il blog di Nicola Schingaro, Sinistra

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