Perché non possiamo partire da zero

– di Massimiliano Civino

Caro Nicola,

ho letto con vivace interesse e passione il tuo ultimo articolo su questa rivista. Se ho colto bene il senso del tuo appello, tu cerchi innanzitutto di portare a galla una verità scomoda, capovolgendo l’atteggiamento di coloro che, nella sinistra liberal-liberista come in quella antiliberista, continuano a negare il fallimento in corso, addossando soprattutto agli avversari, come ad esempio la destra “parafascista” della Lega di Salvini, il male della miseria politica nella quale siamo precipitati. Come confermi in molti dei tuoi passaggi, tu rifuggi dal proporre banali semplificazioni della situazione di difficoltà nella quale la sinistra si trova e, consapevolmente, fai presente l’arduo compito che ci spetta nel prossimo futuro se vogliamo costruire una possibile “rinascita” o via di uscita.

Pur riconoscendoti il merito di indicare una direzione che trascende le parole sempre più vuote pronunciate quotidianamente nei media dalle “elites” della sinistra, devo con altrettanta franchezza esprimere non poche perplessità rispetto all’idea che possiamo ripartire cominciando da zero, come il titolo dell’articolo vorrebbe suggerire.

Se la tua proposta di uscire “dalle nostre recinzioni, di tornare nelle strade, di ascoltare e parlare con la gente dei quartieri”, coglie giustamente la necessità di colmare la distanza con i bisogni degli esclusi e degli emarginati a cui la sinistra dovrebbe rivolgersi, essa offre d’altro canto una lettura che, a mio modesto avviso, resta unilaterale rispetto alla complessità delle vicende umane che ci riguardano e che dovrebbero interrogarci. Il tuo appello a cominciare da zero, invocando magari un ritorno a quel passato nel quale la sinistra è stata per lungo tempo egemone, presuppone che noi possiamo scegliere come vogliamo il nostro punto di partenza, e il tutto si risolverebbe nel far valere o meno questa volontà. Io penso, in realtà, che il punto di partenza debba essere faticosamente costruito conquistando innanzitutto la capacità di comprendere i presupposti ed i limiti storici delle relazioni che fanno le nostre vite, perché il mondo che ci hanno consegnato le generazioni precedenti pone problemi le cui risposte non riusciremo mai a dare finché continueremo a cercarle nella cultura che abbiamo ereditato dal passato. Spesso questo accade perché la formulazione stessa dei problemi è fuorviante, escludendo in origine ogni possibilità di trovare una soluzione concreta attraverso la nostra prassi.

Provo a spiegarmi meglio.

Quando ad esempio evochi il ricordo, immagino riferendoti ad un periodo compreso tra la fine degli anni settanta fino all’inizio dei novanta, di periferie presidiate da centinaia di militanti, del radicamento di questi ultimi nel territorio attraverso la conoscenza dei bisogni degli emarginati e degli esclusi che vivevano e continuano a vivere in quei quartieri, delle sezioni di partito e delle loro battaglie, etc. ritrovo pezzi importanti della mia personale biografia politica che vivo con la stessa tua nostalgia ed amarezza pensando ad un mondo che, salvo oramai sporadiche eccezioni, è in via di dissoluzione da almeno un paio di decenni.

Se si registra questo vero e proprio cataclisma sociale senza interrogarsi sul suo significato, si finisce però con l’essere come i sismografi che, pur misurando l’energia sprigionata dai terremoti, sanno poco o niente della natura del fenomeno che registrano. Se i progetti di quei partiti, il loro linguaggio e le loro forme di lotta hanno perso ogni presa sulla vita delle persone in carne ed ossa, non possiamo sbrogliare la matassa dei problemi nei quali siamo aggrovigliati limitandoci ad invocare un ritorno volontaristico a quelle pratiche. Se quelle pratiche sono entrate in crisi e siamo stati incapaci di consolidarle, è innanzitutto perché le forme di pensiero e le forme della sensibilità alle quali siamo abituati necessitano evidentemente di un cambiamento.

Voglio essere chiaro. Questo senso di impotenza e smarrimento che ci sovrasta non è affatto nuovo nella storia degli uomini. Se si va indietro nel tempo si trova che uno smarrimento analogo è intervenuto in tutti i momenti di crisi nei quali lo sviluppo della società, facendo emergere problemi di nuova natura, ha svuotato la cultura degli individui di quei significati che formavano la loro vita. Ogni cambiamento umano, infatti, comporta necessariamente questo tipo di svuotamento che priva lo stesso linguaggio dei significati ereditati, proprio perché non riesce a dare un senso ad una realtà che lo trascende. Per questo la pratica stessa del “tornare a parlare” con gli esclusi e gli emarginati diventa problematica, ed il rischio è quello di rimanere inascoltati o generare in loro ancor più rabbia e frustrazione.

Prendiamo ad esempio uno dei cavalli di battaglia della sinistra dal dopoguerra ad oggi, il diritto al lavoro. Se questo principio ha cominciato a perdere sostanza, considerando che da almeno quarant’anni ci sono alcune decine di milioni di disoccupati in Europa, possiamo continuare ad imputare la causa di questo fenomeno alle classi dominanti, fantasticando sulla disoccupazione come l’esito volontariamente perseguito dai mercati finanziari, dalla Troika e dalle multinazionali? Oppure, come io credo, è intervenuto un cambiamento più profondo con il quale, grazie allo sviluppo positivo prodotto dallo Stato Sociale, siamo entrati in una fase storica di relativa abbondanza dove il lavoro, pur continuando ad essere la base sulla quale la società deve poggiare, non può più mediare l’ulteriore sviluppo, il nostro arricchimento?

Come osserva acutamente Marx, in genere i sudditi pensano di essere sudditi perché il re è re, e non riescono a rendersi conto di come sia anche vero che il re è re perché essi sono sudditi. Per questo motivo la crisi della politica si manifesta in una mancanza di volontà, perché gli individui non sono capaci di manifestare la loro volontà in maniera coerente con le nuove condizioni storiche nel frattempo prodotte, diventando in tal modo essi stessi la causa prima della loro infelicità. È una delle lezioni magistrali che troviamo nei Grundrisse dove si analizza l’evoluzione degli esseri umani quando restano disperatamente bloccati dentro un insieme di relazioni e comportamenti, poiché sono gli unici che essi conoscono per affrontare i problemi della loro esistenza. Si tratta di un meccanismo che anche la psicanalisi ha contribuito a far comprendere, attraverso il meccanismo della coazione a ripetere.

Insomma, se la sinistra liberal-liberista ci vuole far tornare a relazioni mercantili ormai in via di dissoluzione, affermando come naturale la sovranità dell’individuo, buona parte di quella antiliberista sembra che voglia fermare la storia al livello raggiunto prima della crisi dello Stato Sociale, richiamando spesso la superiorità della sovranità della nazione. In entrambi i casi, viene negato che la dinamica in atto spinga verso un loro superamento.

Quando noi accettiamo questo come punto di partenza, allora cambia tutto, e la soluzione della crisi assume una forma complessa ed enigmatica. In genere questa accettazione manca, perché è una verità che fa male. Finiamo invece col consolarci manifestando la nostra volontà per un mondo diverso e migliore, nonostante questa volontà naufraghi continuamente nello scontro con la realtà, generando frustrazioni collettive.

London calling

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