Il crollo, tra realtà e metafora

– di Massimiliano Civino

Quando accade qualcosa di tragico o negativo che ostacola il loro cammino, oppure qualcosa che non conferma il loro essere ed arriva ad annientare la loro esistenza procurandone la morte, gli individui rifiutano di leggere questi accadimenti come il risultato del loro stesso agire, del loro stesso sviluppo. La causa dipenderebbe dall’imporsi di un arbitrio, per cui i problemi emersi sarebbero sempre colpa di qualcuno.

In altri termini, per gli individui lo sviluppo non dovrebbe mai creare problemi se tutti agissero coerentemente indossando la veste sociale a loro assegnata dalla collettività.

La colpa dei mali della società verrebbe così individuata in quei comportamenti che deviano il normale svolgimento delle relazioni sociali esistenti. Politici che rubano, imprenditori corrotti, capitalisti che fanno profitti, clientele, privatizzazioni, abusi, sprechi, mancanza di rispetto delle regole, impiegati parassiti, pensionati privilegiati, etc.

Questo modo di rapportarsi alla realtà è però totalmente fuorviante, poiché ignora che qualsiasi sviluppo, soprattutto quando è positivo, conduce inevitabilmente ad una condizione nuova che porta con se problemi con i quali gli esseri umani devono di volta in volta imparare a fare i conti, e che impone perciò una trasformazione di ciò che definisce la loro individualità.

Ad esempio, il viadotto Morandi a Genova, quando fu costruito negli anni ‘60, appariva così come era stato concepito dal suo architetto, ossia un esempio di urbanistica avanzata all’altezza dei bisogni moderni e sostenibile con il paesaggio urbano.

Con il passare degli anni però, è sopravvenuto un degrado che alla fine ha determinato un effetto contrario a ciò che era contenuto nelle intenzioni dei pianificatori. Lo stress e l’usura dovuti all’aumento del traffico delle automobili che lo attraversavano hanno richiesto nel tempo una spesa di manutenzione di gran lunga superiore a quella sostenuta per la sua costruzione, le abitazioni costruite attorno hanno cominciato a diventare delle vere e proprie stampelle su cui il ponte è stato costretto a poggiare, e lo stesso modello architettonico del ponte si è trasformato da avanguardia ad un vero e proprio scempio urbanistico.

Certo, si potrebbe sostenere che la colpa è della Società Autostrade che non ha fatto i dovuti controlli e la conseguente manutenzione, oppure addossare la responsabilità a coloro che non hanno pensato di buttarlo giù costruendone uno più adatto rispetto alle esigenze odierne di viabilità.

Ma se, ad esempio, in una famiglia accade di avere una figlia anoressica, non si può certo dire che il suo problema sia dovuto alla mancanza di cibo o per colpa dei genitori che non controllano se il frigo sia pieno e funzioni. Quella sofferenza ha un significato più profondo, non ha a che fare col cibo ma è connesso con le relazioni familiari che occorre indagare se si vuol comprendere ciò che sta succedendo.

Se oggi produciamo in un mese tante automobili quante ce n’erano in tutta Italia nel dopoguerra; se nelle città le auto divorano così tanto spazio che il tempo impiegato per trovare un parcheggio diventa maggiore di quello impiegato per il traggitto stesso; se il traffico sulle autostrade ci costringe a muoverci alla velocitá delle carrozze a cavallo producendo polveri e gas tali da minacciare l’ambiente anche dell’intero pianeta.

Insomma, se negli ultimi decenni il nostro sviluppo ha creato un mondo nuovo che non sappiamo dominare, non è certo individuando colpevoli od invocando un ritorno al passato con le nazionalizzazioni che possiamo evitare il presentarsi degli effetti contraddittori sui quali abbiamo costruito il nostro edificio sociale. Quest’ultimo sarà destinato a crollare od essere abbattuto allo stesso modo del ponte di Genova.

Senza dubbio l’individuo che fa appello all’intervento dello Stato riconosce il sussistere di un limite nell’agire egoistico e privato. Ricorre allo Stato, appunto perché non riesce a dominare l’insieme dei rapporti nei quali vive e che sente come esteriori. In questo senso, lo Stato rappresenta un progresso perché, seppure attraverso una forma zoppa, gli individui cominciano così a rapportarsi all’insieme della società.

Ma l’evocazione dello Stato da parte degli individui costituisce anche la riprova dell’arretratezza del loro essere sociale, poiché in questo modo essi non riconoscono ancora l’insieme dei rapporti che praticano in una forma socialmente matura.

Non riconoscendo questo limite, essi commettono dunque un errore diametralmente opposto rispetto a coloro che oggi, ruminando forme di pensiero vecchie e inadeguate¸ vorrebbero un ridimensionamento della spesa pubblica ed un rilancio della concorrenza e delle privatizzazioni.

Incapaci di riconoscere questa realtà, perché mette in discussione innanzitutto la nostra individualità, il nostro stile di vita, ci ostiniamo a voler agire i nostri rapporti in maniera per così dire, naturalistica, ed il crollo deriva proprio da questa opposizione tra il processo sociale che abbiamo posto in essere e la nostra incapacità di trasformarci.

London calling

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