Il senso di Luciana per la democrazia. Sovranismo, alter-europeismo e antropologia liberale

 – di Onofrio Romano –

Ma poi perché chiamarlo “sovranismo”? Se, come scrive Luciana Castellina, il sovranismo è “la convinzione che i problemi che incombono potrebbero essere risolti solo che a decidere sia un governo nazionale anziché europeo” (Il Manifesto, 13/9/18), perché non chiamarlo più propriamente “statalismo” o “nazionalismo” o “stato-nazionalismo”?

Il perché non è un mistero. Come tutte le parole-ameba che infestano il dibattito pubblico, “sovranismo” non ha alcun significato consolidato in letteratura, ma proprio in vizio della sua genericità e indeterminatezza diventa moneta corrente, prestandosi facilmente come sasso da scagliare contro un avversario che c’infastidisce emotivamente ma nei cui confronti ci difettano argomenti razionali.

Le parole-ameba sono però, innanzi tutto, strumenti ideologici, quasi sempre confezionati dalle classi egemoni. Nella fattispecie, dai guardiani del tempio ordoliberale. Il fatto che un’icona vivente della sinistra nostrana se ne appropri così disinvoltamente (ossia che i tutori dei subalterni pensino con le categorie di pensiero prodotte dall’avversario) ci dà la misura di quanto l’egemonia liberale sia ancora imperante. Sì, perché l’uso in senso dispregiativo della parola “sovranismo” al posto di “statalismo” non è affatto casuale, né innocente. Essa non mette in discussione la sovranità statale in quanto “inefficace” al presente (come vuole l’ironia castelliniana), bensì la sovranità in quanto tale. “Sovranismo” è un manganello da assestare sulle teste di chiunque aspiri a recuperare una qualsivoglia forma di “potere” sovrano (legittimo, per definizione) a discapito della “potenza” delle forze socio-economiche sul terreno. Detto in soldoni: contro chiunque si opponga alla legge del più forte.

Certo, il potere sovrano può assumere tanti volti: quello dell’autocrate fascista o quello del collettivo che si auto-determina attraverso la discussione (ossia con metodo democratico). Ma la parola “sovranismo” è una rete a strascico che fa strame di tutto. Si scaglia contro la sovranità tout court, contro ogni forma di sovranità, inclusa, necessariamente, quella democratica. Il sogno di ogni buon liberale, infatti, non è conquistare il potere, bensì evacuare ogni postazione di potere, mettendovi al suo posto un meccanismo automatico, disincarnato e neutro di mera regolazione del traffico, affinché le energie dei singoli possano esprimersi illimitatamente, senza intralci. Un sogno notoriamente condiviso da amplissimi settori del pensiero e della soggettività politica di sinistra. 

Chi oggi si pavoneggia definendosi “anti-sovranista”, dovrebbe avere il coraggio di definirsi al contempo, e necessariamente, “anti-democratico”. Basta dirlo. Basta saperlo.

Ovviamente, nessuno di coloro che, a sinistra, utilizzano il termine “sovranismo” si riconoscerebbe in questa narrazione. Nessuno si definirebbe anti-democratico, per dire. Ma allora proviamo ad entrare nel merito. Ossia in quella linea di ragionamento che gli europeisti progressisti ripetono a sfinimento contro i cosiddetti “sovranisti”. Fa più o meno così: “a livello nazionale, nulla è ormai possibile; solo con l’Europa possiamo immaginare di tener testa ai processi e ai players globali; occorre quindi, tutt’al contrario, lottare per un’altra Europa, rafforzare i poteri dell’Ue, “democratizzarla” e ritararla intorno ai diritti sociali”. 

Ora, non è interessante stabilire quale sia la taglia giusta affinché diritti sociali e democrazia tornino ad alleviare le pene della stragrande maggioranza dei cittadini (stavo per dire, “popolo” – ma non sia mai). Personalmente, ritengo molto fondati gli argomenti di coloro secondo i quali un eventuale ripristino della sovranità nazionale, ove mai possibile, si rivelerebbe un buco nell’acqua, a preludio di derive peggiori. Mi convincono, d’altro canto, anche gli argomenti dei “patrioti costituzionali” che denunciano il totale velleitarismo della prospettiva “alter-europeista”. L’attuale assetto dei trattati europei, infatti, non solo disinnesca il contenuto sociale della nostra Costituzione, ma impedisce in radice la realizzazione dei propositi alter-europeisti, che richiederebbe non semplicemente una diversa agenda e maggioranza politica a livello europeo (dal momento che occorrerebbe un’impossibile unanimità dei paesi membri), bensì una vera e propria rottura rivoluzionaria. Ma, ripeto, non si tratta di stabilire chi è più velleitario.

La questione è un’altra. La questione è l’inerzia dei democratici. Nel momento stesso in cui gli alter-europeisti, riconoscono, da un lato, che gli stati-nazione non hanno alcuna possibilità d’incidere sui processi che determinano le vite delle persone (corollario: è inutile votare alle politiche) e, dall’altro, che l’Europa non è, ad oggi, “democratica” e che non vi sono in essa gli strumenti per realizzare una politica di sviluppo e di giustizia sociale, come mai restano inerti? Com’è possibile rimandare ad un futuro indefinito la realizzazione della democrazia, come se fosse una piattaforma politica tra le altre è non, qual essa è, l’arena stessa in cui si confrontano le diverse piattaforme politiche?  Com’è possibile, insomma, che un sincero democratico tolleri così serenamente di vivere in un regime non democratico? Perché non si arma? Perché non sale sulle colline, come a suo tempo i partigiani? 

Anche questo non è un mistero. Evidentemente, per la sinistra la democrazia non è una dimensione essenziale. Non si tratta semplicemente dell’adesione alla visione liberale del potere, sopra richiamata. La questione ha natura eminentemente antropologica. Si dice spesso che oggi un superamento dell’assetto neoliberale è impedito dall’ancora profonda subalternità delle masse al consumerismo individualista. Giusto. Ma forse ancor più insidiosa è la subalternità delle avanguardie. I ceti riflessivi della sinistra si sono perfettamente accomodati nell’infrastruttura di diritti civili e libertà personali garantita dall’assetto europeo. Il contemporaneo prosciugamento della dimensione politica e democratica è per loro irrilevante. Si può far senza. La loro condizione non ne trarrebbe beneficio. Al contrario: la democrazia è potenzialmente un impiccio, poiché un eventuale potere sovrano, di qualsiasi natura e a qualunque livello collocato, potrebbe accampare pretese disciplinanti ormai insopportabili. La libertà senza democrazia è bastante. 

Il problema è che mentre la sinistra è (antropologicamente) attardata nella difesa dell’assetto ordoliberale, i liberali veri hanno già capito che l’aria è cambiata e si sono attrezzati con i loro fantini per cavalcare l’onda di ritorno alla sovranità politica. Se questa non avrà un volto democratico sarà anche colpa dell’insensibilità dei democratici all’assenza di democrazia. 

L'osservatore Romano

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