Barbarie della sovranità

– di Massimiliano Civino –

All’inizio degli anni ’60, a meno di vent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, fu condotto un famoso esperimento presso l’Universitá di Yale, che prese poi il nome dal suo ideatore, lo psicologo americano Stanley Milgram.

In quel periodo, la sensibilità e lo stupore per l’orrore delle camere a gas e per le violenze nei campi di sterminio nazisti continuavano a sollevare interrogativi su come quelle pratiche disumane potessero essere state fatte proprie ed accettate da una massa di individui, da un “popolo”, senza sollevare alcuna significativa resistenza da parte loro.

Milgram ed i suoi collaboratori allestirono lo scenario di un finto esperimento sull’apprendimento con il quale veniva ordinato, ad un campione di individui, di infliggere crescenti scosse elettriche ad un’altra persona, con la motivazione di valutare l‘incidenza della punizione sul suo processo di memorizzazione.

Intervistando i partecipanti prima dell’esperimento, la maggior parte di essi dichiarò certa di rifiutarsi di obbedire già a livelli molto bassi di intensità della scarica elettrica. Nessuno prevedeva di spingersi oltre i 300 volt e tutti asserirono con fermezza di non poter arrivare comunque fino in fondo, infliggendo una scossa di 450 volt.

Nello svolgimento reale dell’esperimento le cose andarono però in maniera diversa. Nessuno dei partecipanti si fermò prima di aver abbassato la leva corrispondente ai 300 volt, e addirittura il 65% arrivò fino in fondo, comminando una scarica di 450 volt. Il comportamento reale si dimostrò cioè specularmente opposto rispetto a quello che gli intervistati avevano immaginato di poter praticare.

L’esperimento venne condotto con diverse varianti, per consentire ai partecipanti di acquisire un maggior grado di autonomia nella scelta di infliggere o meno le scosse, ma i risultati si discostarono ben poco da quelli iniziali.

Dopo anni di verifiche, Stanley Milgram concluse che fosse assolutamente infondata la convinzione secondo la quale “l’individuo sia in grado di controllare il proprio comportamento, a meno di essere costretto da una forza fisica o da una minaccia”. L’idea, largamente diffusa che una “persona agisca in un dato modo perché ha liberamente deciso di agire così”, si dimostrava poggiare su una vera e propria illusione.

In altri termini, l’esperimento dimostrava che, nell’affrontare il problema del rapporto tra libertà e necessità, tra sovranitá e sottomissione, spesso si dimentica una dimensione essenziale della realtà, ossia quella delle forme sociali – consuetudini, istituzioni, forme di relazione, ambiente materiale – attraverso le quali il potere degli individui necessariamente si manifesta.

“La sovranità”, dice giustamente Pietro Barcellona, “consiste essenzialmente nel potere di porre le regole e le misure, nel definire le forme e i modi della convivenza e quindi i criteri per il riconoscimento degli interessi, le modalità della loro soddisfazione, la possibilità della loro stessa comparazione.”

Ma questo potere, sia individuale che collettivo, assume sempre una connotazione storicamente determinata, cioè prende corpo all’interno delle forme prevalenti dell’individualità in un dato momento storico.

L’apologia della sovranità, come quella descritta nel testo di Thomas Fazi e William Mitchell “Sovranità o Barbarie”, si fonda invece sulla convinzione che la collettività possa trasformare le proprie regole procedendo da niente altro che la propria autonoma volontà.

Senza dilungarmi sulle tesi contraddittorie contenute nel libro, la conclusione dei due autori è fondamentalmente la seguente: la sovranità nazionale costituirebbe in sé già un progetto di società. Quando poi si cimentano nell’indicare le trasformazioni concrete sulle quali si dovrebbe far leva per portare avanti questo progetto, si limitano a riproporre null’altro che una “politica di stampo keynesiano – nella forma di una riconquista delle leve di politica monetaria e fiscale al fine di rilanciare l’occupazione “. (sic!)

Ma se il problema che ci troviamo oggi di fronte, come individuato dallo stesso Keynes, consiste nella crescente difficoltà di sostituire il lavoro risparmiato dall’innovazione tecnica, poiché il lavoro salariato diventa un rapporto contraddittorio col regredire della necessità economica, in quale guazzabuglio interpretativo gli autori vorrebbero cacciarci con il loro libro?

Che gli insegnamenti di Keynes, e innanzitutto di Marx, non siano stati ancora metabolizzati da molti intellettuali di sinistra, lo dimostra anche la maniera capovolta con la quale Fazi e Mitchell rappresentano la storia del governo laburista Callaghan verso la metà degli anni ’70, in piena crisi del keynesismo, additando nella responsabiliá principale delle classi dirigenti progressiste di quell’epoca la svolta conservatrice che sarebbe seguita dopo qualche anno:

“[…] se gli Stati non subirono passivamente la controrivoluzione neoliberista ma ne furono attivi promotori, il “merito” spetta, ancora prima che ai governi conservatori di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, alla svolta che James Callaghan impose al Labour Party alla metà degli anni Settanta, dopo avere liquidato la sinistra interna di Tony Benn.” (Carlo Formenti nella prefazione al libro)

Quello che gli autori dimenticano però, è il susseguirsi di eventi che portò alla svolta conservatrice del governo laburista in quegli anni. Prima di Callaghan infatti, nel febbraio del 1974, il governo dello stesso colore guidato da Wilson

“propose una ricetta [per far fronte alla crisi] improntata sui consolidati strumenti di politica welfaristica: aumento delle pensioni, allargamento di alcuni schemi di protezione sociale (ai disabili e alle famiglie bisognose), controllo dei prezzi, politica di redistribuzione della ricchezza attraverso una tassa sui patrimoni, rilancio delle imprese pubbliche, riforma ed espansione del Servizio Sanitario Nazionale, ampliamento del sistema educativo pubblico a partire dagli asili nido fino all’educazione media inferiore.  … Anziché tagliare le spese, il bilancio fu ampiamente utilizzato per finanziare [quei progetti]”.

Quella valanga di interventi a livello nazionale, gli stessi che Fazi e Mitchell invocano oggi come necessari per rilanciare l’occupazione, produssero a ben due anni di distanza dall’insediamento del governo Wilson effetti praticamente nulli.

Il partito laburista virò dunque su posizioni conservatrici, affidandosi a Callaghan, innanzitutto per lo stato confusionale nel quale era precipitato dopo il fallimento delle politiche di stampo “keynesiano” condotte da Wilson.

Tutte le nazioni che avevano conosciuto la crescita del loro benessere grazie all’intervento del Welfare State, si dovettero confrontare con il medesimo risultato. Nelle parole di una ricercatrice:

“In quegli anni si verificò una crescita della disoccupazione pur in concomitanza con una crescita residua del PIL. In molti paesi si parlò di jobless growth. Pochi considerarono allora quella disoccupazione o la crescente povertà, che pure in quegli anni si registravano a livello mondiale, gravi segnali di crisi”

Questo accade perché, al contrario di quello che vorrebbero farci credere Fazi e Mitchell, la sovranità assume sempre una forma storica determinata, acquisita grazie alla soluzione di problemi passati, ma che non necessariamente continua ad essere adeguata per far fronte ai problemi emergenti.

In altre parole, la crisi di quegli anni, prima che il neoliberismo prendesse il sopravvento, esprimeva la necessità di dar corpo a nuovi e superiori rapporti, senza i quali non sarebbe stato possibile risolvere i problemi scaturiti proprio dallo sviluppo positivo del Welfare State nei paesi industrialmente avanzati.

Come scrivono Marx ed Engels

“[…] ad ogni grado di sviluppo si trova un risultato materiale, una somma di forze produttive, un rapporto storicamente prodotto con la natura e degli individui tra loro, che sono stati tramandati ad ogni generazione dalle precedenti, che da una parte [queste condizioni] possono senza dubbio essere modificate dalla nuova generazione, ma che d’altra parte impongono ad essa le proprie condizioni di vita e le danno uno sviluppo determinato, uno speciale carattere; cosicché le circostanze fanno gli uomini non meno di quanto gli uomini facciano le circostanze.”

Oggi occorrerebbe prendere le mosse da un riconoscimento di quelli che sono i limiti dell’individualità prodotta dalle generazioni passate, grazie allo sviluppo positivo sia del mercato che dello Stato, invece di evocare una ripetizione di pratiche valide per i bei tempi andati.

Altresì, se la forma prevalente dell’individualità continua ad essere quella monadica del laissez-faire, è evidente che qualsiasi forma di sovranità si porrebbe necessariamente dentro un orizzonte ontologico egoistico. Al di là degli appelli volontaristici a qualche forma zoppa di socialismo, “ricomincerebbe il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda”, regredendo nella barbarie.

Ad esempio, è emblematico il consenso crescente in Europa nei confronti di quelle formazioni politiche che, in nome della sovranità nazionale, amplificano il risentimento contro l’immigrazione, spesso degenerando in forme di razzismo che pensavamo appartenere oramai al passato.

Se “l’unico linguaggio comprensibile che parliamo tra noi è quello dei nostri oggetti in relazione tra loro”, la sovranità nazionale diventa dunque il grimaldello per affermare i limiti di questa individualità come fondamento della socialità.

“Un linguaggio umano – una forma di sollecitazione all’azione fondata su di una più profonda consapevolezza e su una più ampia libertà – non lo comprenderemmo; esso rimarrebbe senza effetto. Da una parte verrebbe infatti inteso e sentito come una preghiera, una supplica e dunque come una umiliazione, e quindi sarebbe proferito con vergogna, con un senso di degradazione. Mentre dall’altra sarebbe interpretato e respinto come un’impudenza o una pazzia”

La crisi dovrebbe invece interrogarci su come possiamo risolvere il rapporto antagonistico tra libertà e necessità, tra individuo e società, partendo dalle condizioni che la socialità, in base al grado di sviluppo e di progresso che abbiamo raggiunto, impone come fondamento dell’essere dell’individuo.

Con la consapevolezza che non possiamo procedere alla vecchia maniera in una direzione nuova, così come non possiamo procedere nella vecchia direzione in una diversa maniera.

London calling

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