Il fantasma dello IWW

 

di Vincenzo Spadavecchia

1919. È l’anno di instaurazione della marzialità stroncatrice di un “model of repression” che farà scuola. Il dipartimento degli interni statunitense ha piantato negli anni il cattivo seme della “Red Scare” – è il momento di godersi la malapianta. C’è una strana entità che sembra provenire dalle “grass roots”, dalle vene d’America. Così familiare ma disturbante -un figlio che non mi rassicura. Sta tra i lavoratori agricoli più sanguisugati. Non categorizza i lavoratori dell’industria, dice: “Dovete organizzarvi in un unico sindacato”. Parla tutte le lingue -questi lerci straccioni, ruba/sparafatica lo sentono madre misericordiosa, neanche fosse la Vergine Maria. Boscaioli, mandriani, pulitori di seppiose sputacchiere, posatori di binari, addetti alle fornaci, sciancati scaricatori di porto, hanno nella tasca un piccolo opuscolo dalla copertina rossa con la parola “Preamble” incastonata. Qualcosa da Marx, qualcosa dai teorici del sabotaggio francesi ma su tutto molta America da rivoltare per “creare una nuova società, nel guscio di quella antica”.

Organizzazione di fantasmi che viaggiano con tutti i mezzi, dovunque ci sia tumulto tra chi lavora. “Arriverà lo sciopero finale” -uno sporco Messia, una sorta di John Wayne incrostato di fango rossotesserato. Vergogna per i benpensanti, sono “wobblies” anche i vagabondi-bestie nere nell’America calvinista. Hanno un vangelo fatto di canzoni, le scrive uno spiantato grande svedese dai mille lavori, Joe Hill -finirà fucilato nello Utah mormone, accusato di un omicidio mai commesso. Basta, mai più inni religiosi trasformati in canti di lotta. La “singing organization”, come la definì Ralph Chaplin, continua ad ossessionare le menti dei custodi del “sacro libero suolo che Dio ci ha dato in dono”. Orrore,un “wobbly” non conosce nazione, non concepisce guerra -per questo brucia la bandiera. Gli “Industrial Workers of the World” vengono irregimentati in una leva di lavori agricoli durante la Prima Guerra Mondiale. Non basta, però. Ora che la guerra è finita, c’è la Russia con la sua rivoluzione mondiale a depravare il tranquillo sonno d’ordine. Occorre riprendere le deportazioni verso il deserto dell’Arizona -caricati sui carri merci, spesso con un seguito di famiglia, si apre lo sportellone, giù su una superficie di sale a farsi arrostire al sole fino alle ossa. In altre zone dell’America si attende al varco l’organizzatore, lo si bastona a sangue, spesso lo si evira. Si guardi l’inizio del film “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo -il concentramento forzato è il metodo sistematico di decimazione di un corpo di vitalità insopportabile per la mortuosità del ministro Palmer. In breve tempo, l’IWW fu scheletro. I brandelli di carne sanguinante che sopravvissero, però, ricominciarono a cantare. Insegnarono quelle antiche canzoni agli altri carcerati. Le mura di Walla-Walla, di Alcatraz, di Folsom, di centinaia di luoghi di costrizione se ne nutrirono -scrisse James Jones in “Da qui all’eternità”. Lo spirito di riottosità “wobbly” penetrò nell’esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale -pericolose idee di rappresentanza dei soldati, subito sedate in battaglioni di punizione. Gli “Industrial Workers of the World” continuarono ad essere la cattiva coscienza di America. “Revenants”ancora oggi, “where workers strike and organize”, come fu detto del fantasma di Joe Hill.

(Per Aboubakar Soumahoro, sindacalista agricolo dell’USB. Giuseppe Di Vittorio gira ancora per le campagne sulla sua motocicletta rossa).

Edén Pastora

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *