Bari senz’anima

– di Massimiliano Civino –

Pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 20.07.13 (Dibattito sui “Giovani Leoni”)

Caro Direttore, mi permetto di intervenire nel dibattito promosso dal suo giornale provando a dare il mio modesto contributo alla discussione. Nonostante io viva oramai da circa sei anni in una grande metropoli cosmopolita come Londra, faccio parte di quella generazione di «giovani leoni», come ci si definisce con una comprensibile punta di ironia, che continua a seguire con molta attenzione e partecipazione l’evolvere della vita civile e politica del proprio paese e della propria cittá di origine.

«Bari senz’anima» si intitolava un convegno organizzato una ventina di anni fa dalle forze politiche locali. Al centro del dibattito vi era il problema di una crisi profonda di identitá politica, economica e culturale della città intervenuta a partire dall’inizio degli anni novanta con il declino del vecchio sistema dei partiti nel quadro di una difficile situazione economica nazionale e soprattutto locale dove, ad esempio, il settore trainante dell’edilizia veniva definitivamente messo in ginocchio anche a causa di una saturazione del mercato che per lungo tempo aveva creduto nel paradigma dello sviluppo senza limiti, cementificando senza regole il territorio. In quegli anni, come tanti comuni d’Italia, Bari sperimentava per la prima volta, grazie all’elezione diretta dei sindaci, un nuovo modello di governo che avrebbe dovuto rappresentare il tentativo non solo di aprire un canale privilegiato e diretto tra governanti e cittadini, riconquistando la loro fiducia nella politica e nelle istituzioni, ma anche di garantire un’amministrazione più efficiente: «good governance» si direbbe oggi mutuando il concetto dal pensiero unico del mercato e della tecnica che, in ultima istanza, vorrebbero neutralizzare o annientare ogni tipo di conflitto e mediazione quale passaggi necessari per ogni discorso piú generalmente politico.

Simeone Di Cagno Abbrescia fu eletto direttamente dai cittadini baresi nel 1995 e avrebbe governato la città con la coalizione di centro-destra per due legislature successive fino al 2004.

Oggi un’altra fase sembra aver raggiunto il suo traguardo. Iniziata con la primavera pugliese nel 2005 sull’onda di un movimento di popolo interprete da un lato di forti istanze di cambiamento per la città e dall’altro di un grande bisogno di partecipazione, essa ha perso lungo il suo cammino la sua spinta propulsiva e sembra destinata a concludersi definitivamente dopo dieci anni di governo locale guidato dalla coalizione di centro sinistra con Michele Emiliano sindaco. Io penso che ancora oggi la città di Bari stia arrancando nell’affannosa ricerca di una sua anima, e quasi tutti i suoi nodi strutturali restino irrisolti, in molti casi aggravati sia a causa di una crisi sociale ed economica globale senza precedenti, ma a mio avviso soprattutto per il fallimento politico ed amministrativo di quel modello di governo. Significativi a tal riguardo sono i tanti progetti annunciati dall’amministrazione e rimasti nel cassetto. Per citarne alcuni, dal «Central Park» di Fuksas al «Covent Garden» per la caserma Rossani, dalla «Barceloneta» del lungomare Sud al Museo d’arte Moderna per il Margherita, etc. Una conferma di quanta retorica si nasconda dietro il decisionismo ed il direttismo del potere dei sindaci, ovvero l’idea che per risolvere la complessitá dei problemi sia necessario eliminare ogni tipo di mediazione della politica.

A me sembra che il dibattito e la riflessione politica che si sta producendo oggi sul tema delle prossime elezioni da parte di coloro che hanno finora governato sia sostanzialmente questo: «Abbiamo amministrato bene, dobbiamo solo continuare ad amministrare meglio». Io credo invece che sia oggi necessario ribaltare l’ottica e cominciare a pensare quanto probabilmente quel modello di governo, che si accompagna ai processi di ipermodernizzazione in atto da parte di un libero mercato sempre più in difficoltà ad espandere le sua sovraproduzione di merci, non sia affatto estraneo ai difetti della città, ma anzi ne rafforzi i suoi aspetti patologici. Pensare di ridare slancio all’identitá di una comunità in frantumi e sempre più in crisi di valori proponendo formule fumose come quella della «smart city», o insistere su «turismo e industria culturale» come volano per l’economia locale, significa non cogliere l’impatto profondo della crisi economica come costante processo di disgregazione dei legami sociali. Il mio discorso non vuole assumere alcun carattere di tipo romantico o nostalgico, e sono anche io convinto che siano necessari alcuni interventi strutturali in tema di servizi ed opere pubbliche sul territorio, anche ad alto contenuto tecnologico. Ma sono fermamente convinto che Bari potrà essere all’altezza della sfida dei tempi difficili che ci aspettano soltanto se saprà ridare nuova linfa e significato a quei corpi intermedi della società, dalle organizzazioni politiche al variegato mondo delle associazioni, dai centri sociali delle circoscrizioni ai comitati di quartiere, dagli asili nido ai centri universitari, etc. attraveso i quali si costruisce un solido spirito comunitario, l’unico capace di offrire una progettualità diversa dal «narcinismo» dell’epoca ipermoderna in cui viviamo.

London calling

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