La Grecia, la Democrazia, l’Europa, il conflitto sociale e magari anche il Socialismo, va’!

– di Claudio Bazzocchi –

In tutta la vicenda Unione europea, Euro, Grecia, crisi economica c’è una grande assente: l’idea che il conflitto sociale messo in campo dai lavoratori organizzati nel sindacato, e su scala europea, possa essere il fattore decisivo per ribaltare le sorti della costruzione europea a favore del lavoro, dei ceti meno abbienti e di politiche espansionistiche basate sull’intervento dello Stato.

L’azione politica in termini di conflitto sociale per sconfiggere l’ortodossia neoliberale e mettere all’ordine del giorno l’avvio di una nuova grande trasformazione, cioè la costruzione di un nuovo paradigma in grado di ricompenetrare economia e società, non viene mai contemplata nei dibattiti sulla sostenibilità o meno dell’euro. L’opinione pubblica viene avvertita di discussioni, ormai abbastanza noiose, nelle quali la sinistra promette di fare la voce grossa ai tavoli europei per chiedere più flessibilità a signore dal pugno di ferro e a intransigenti signori dai nordici e impronunciabili cognomi.

In questi giorni abbiamo l’affascinante ministro delle finanze greco che gira le cancellerie europee per conto del nuovo governo greco e tutti si aggrappano alla sua imponente figura per sperare un cambiamento, per continuare a pensare che basti un uomo forte che possa sedersi al tavolo con la Merkel ed esercitare fascino e forza.

Perché quando si parla di Europa e crisi la sinistra non mette mai all’ordine del giorno la questione del neoliberalismo e dell’opposizione a esso tramite il conflitto sociale al fine di proporre una diversa idea di società? Perché tutto ciò che si fa è sperare nella vittoria alle elezioni greche o spagnole (oltretutto con la riserva che in Spagna non si voterà in tempi brevi e che quindi potrebbe non bastare sperare quella vittoria di Podemos)?

Perché le parole capitalismo e socialismo non sono all’ordine del giorno? Perché non parlare di insensatezza del vivere e alienazione del lavoro, perché non denunciare il perverso intreccio tra automatismi della tecnica, neoliberalismo e soppressione della democrazia? C’è paura di evocare fantasmi fuori moda? Ma le destre europee antisistema non evocano addirittura spiriti arcaici e lugubri? Perché le sinistre dovrebbero aver paura di prospettare il socialismo e una visione di società?

Certamente è oggi difficile organizzare un conflitto sociale su scala europea da parte delle forze socialiste e dei sindacati, perché l’immaginario di gran parte dei ceti più deboli è egemonizzato da una combinazione tremenda di retorica antipolitica e narcisismo individualista e consumista. Fermarsi però a una realistica constatazione della difficoltà non aiuterà certo la sinistra a superare l’impasse.

Bisognerebbe forse avere più coraggio e fiducia nell’urgenza dell’umano e di quel bisogno di senso e di verità che sta scolpito nel cuore dell’uomo, che l’impoverimento e la paura per il futuro causati dalla crisi hanno riproposto per milioni di uomini e donne, nonostante la forza egemonica dell’immaginario postmoderno e consumista. Come scrisse Pietro Barcellona qualche anno fa, «sofferenza, disagio e infelicità scuotono dovunque le fondamenta dell’ordine sociale. Ciò di cui occorrerebbe parlare è proprio di questa sfera dell’emotività e delle passioni devastata dall’immaginario capitalistico: il grande tema della crisi della modernità che la sinistra non riesce ad affrontare» (P. Barcellona, Prefazione a: L. Cillario, L’economia degli spettri. Forme del capitalismo contemporaneo, Manifestolibri, Roma 1996, p. 18).

Sinistra

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