“Facite Ammuina” ovvero la coalizione sociale di Landini-Rodotà

– di Gianni Porta –

Il 15 marzo scorso su Micromega online Rodotà ritorna sulla “coalizione sociale” lanciata dal segretario della Fiom Cgil, Landini, vista come «una nuova forma dell’azione politica collettiva» in risposta a uno «“Stato monoclasse”, oggi dominato dalla dimensione economica e dalla riduzione del governo a “governance”». Una proposta che evita, secondo Rodotà, di «riportare ogni questione all’interno del funzionamento del sistema dei partiti, identificando politica e partito e banalizzando tutto intorno alla domanda se tizio o caio stia per fondare un nuovo partito».

Quali sono gli attori di questa nuova politica? «Si parla di Libera e della Fiom, di Emergency e dei Comitati per l’acqua pubblica e i beni comuni, di Libertà e Giustizia, delle reti degli studenti, dei gruppi attivi sul tema del reddito di cittadinanza e altri ancora. […] Mettere in comune queste esperienze, senza pretese di unificazioni artificiali, significa creare una massa critica politicamente rilevante, con capacità di attrazione, o di confronto, anche verso altre iniziative sociali su su un terreno distinto da quello dei partiti, prigionieri di logiche personalistiche e oligarchiche. […] Solo dopo questo diverso radicamento sociale, culturale e politico verrebbe legittimamente il tempo di una discussione generale sulla rappresentanza e, se così si vuole chiamarla, sulla leadership».
Inutile soffermarsi per Rodotà su alcune forze politiche della sinistra italiana – mesi fa definite zavorre – perché sarebbe di ostacolo. E «L’ostacolo sta nel fatto che i diversi gruppi sono prigionieri di logiche paralizzanti: la sopravvivenza, ad esempio per Rifondazione comunista; l’appartenenza, per Sel e la variegata galassia delle minoranze del Pd», sorvolando sia sul fatto che queste realtà possiedono ancora un discreto radicamento e un discreto seguito di attivisti, sia sulle differenze programmatiche e le collocazioni europee di questi soggetti. Ma tant’è… l’importante è dare sempre una botta alle forze politiche organizzate, nonostante Rodotà presenti la coalizione sociale proprio come «Un risveglio, un benefico ritorno di una politica forte e organizzata».
Sull’onda della “moda Syriza” qualche tempo fa Rodotà riteneva preferibile «Mettere insieme le forze maggiormente vivaci ed attive: Fiom, Libera, Emergency – che ha creato ambulatori dal basso – movimenti per i beni comuni, reti civiche e associazionismo diffuso. Da qui, per ridisegnare il nodo della rappresentanza». Detto, fatto. Il 14 marzo Landini lancia la “coalizione sociale” perché è convinto che «Il sindacato non si deve occupare solo dei lavoratori ma anche di altri temi: la sanità, l’ambiente, i diritti», perché «Il governo non solo sta riducendo i diritti senza consultare nessuno ma sta uccidendo tutti i corpi intermedi, non soltanto il sindacato ma l’intero concetto di rappresentanza. Quindi o noi allarghiamo l’alleanza alle associazioni e ai movimenti oppure veniamo spazzati via. Tutti» (Corriere della Sera del 19 marzo).
Alcune osservazioni sono d’obbligo rispetto alle affermazioni di Rodotà e Landini.
1) Se il problema è rappresentato da uno “Stato monoclasse”, cioè dal potere delle forze economiche e delle forze politiche che ad esse sono funzionali, perché la risposta di Rodotà fa riferimento solo a soggetti sociali senza porsi oggi – e non in un tempo indefinito – il problema del soggetto politico e partitico che deve rappresentare, nella società e al livello dello Stato (e del potere), l’alternativa di classe?
2) Perché solo «dopo questo diverso radicamento sociale, culturale e politico verrebbe legittimamente il tempo di una discussione generale sulla rappresentanza e, se così si vuole chiamarla, sulla leadership»? Forse perché si potrebbe/dovrebbe attingere a quelle risorse di militanza ancora presenti nelle attuali organizzazioni di partito oppure perché già da subito, magari in occasione delle elezioni regionali, sia Rodotà che Landini dovrebbero cimentarsi con esse e assumere una collocazione chiara e netta rispetto al Pd e ad altre forze satelliti del Pd?
3) Perché si saluta il ritorno a «una politica forte e organizzata» nella forma della coalizione sociale ma si trascura contemporaneamente il tema del soggetto politico a tutto tondo che deve rappresentare gli interessi generali di quella parte della società italiana schiacciata dalle forze economiche e dalle forze politiche ad esse funzionali? Eppure Landini dice chiaramente di volersi occupare di questioni di interesse generale e non solo del lavoro.
4) E come mai lo stesso Landini si accorge solo oggi del lavoro ventennale di distruzione dei corpi intermedi che ha delegittimato, soprattutto a sinistra, l’idea che serva un soggetto politico di classe e di parte? Forse perché dopo aver terminato la distruzione dell’idea di partito, oggi – attraverso il renzismo – la minaccia tocca anche il sindacato? Comunque meglio tardi che mai.
5) Come si concilia, inoltre, il Landini difensore dei “corpi intermedi” con il Landini che all’interno della Cgil preferirebbe che il segretario venisse eletto direttamente dai delegati, in pericolosa analogia con i segretari di partito eletti direttamente e “plebiscitariamente” attraverso le primarie nei gazebo? Eppure queste innovazioni non hanno risolto la crisi di legittimazione dei partiti, tutt’altro.
6) Perché si parla ora di coalizione sociale, ora di alleanza per resistere a chi – il Pd di Renzi – procede come un rullo compressore nella riduzione dei diritti senza porre sul tavolo chiaramente l’esigenza di un altro soggetto politico? Non si starà giocando ancora una volta con l’aspettativa e le illusioni di un popolo di sinistra sempre più sbandato, sempre più analfabeta politicamente dopo anni e anni di “svolte”, “nuove cose” e “big bang” a sinistra?
7) Perché ci si lancia in nuove avventure senza una chiara base programmatica, di collocazione internazionale, di alleanze sociali e politiche? Perché si “gioca” facendo credere un giorno che si sta per lanciare un nuovo soggetto politico e un altro soltanto una rete di associazioni per promuovere referendum, campagne o mobilitazioni a tema? Tutte cose rispettabili, utili e necessarie ma che sono altra cosa rispetto alla costruzione di un’alternativa politica, tutte cose che del resto in questi anni già ci sono state e che alcune volte hanno raggiunto il loro obiettivo (ad es. nel caso del referendum per la difesa dell’acqua) altre volte si sono squagliate dopo qualche stagione (“Popolo viola”, “Se non ora, quando?”, “Onda anomala”, “Coordinamenti in difesa della Costituzione”, “Cambiare si può”, “Lista Tsipras” ecc.ecc. Citarli occuperebbe tanto ma tanto spazio).

Eppure qualche intellettuale e sindacalista dovrebbe sapere che gli attivisti di organizzazioni come Libera, Emergency, Arci affermano a ogni piè sospinto la loro alternatività alla politica, puntualizzano sempre la loro indipendenza dalla politica, ritenendo che il “mestiere” del sindacalista, del prete o attivista di Libera, del volontario di Emergency sia qualitativamente differente da quello del “politico”. Ritengono, infatti, che il loro impegno sia anche politico ma di una politica differente che non si schiera diventando così “parte” nel conflitto politico generale della società italiana.
In altre parole, non puoi mettere insieme un sindacato come la Fiom, un’associazione come Libera o come Emergency in una coalizione che si ponga obiettivi politici, ed eventualmente anche di rappresentanza, perché gli attivisti di base o iscritti di quelle realtà tra le prime cose ti direbbero che le loro organizzazioni sono apartitiche, che ci sono aderenti che hanno legittimamente un loro orientamento politico, tutte ragioni comprensibili data la natura e lo statuto di quelle organizzazioni.
Tutt’al più si può formare un coordinamento, una rete o una coalizione per promuovere referendum e/o campagne su temi specifici, per quanto anche di valenza generale ma si baderà sempre a mantenere una “neutralità” o equidistanza rispetto alle forze politiche già date. Quindi perché ingenerare speranze politiche se è solo questo che si ha in mente? A chi giova sentire le solite critiche ai partiti (ovviamente di sinistra) che non rappresentano più gli interessi delle classi deboli della società se non si vuol mettere mano alla costruzione di un soggetto politico utile a questo scopo?
Ancora una volta temiamo di essere in presenza del solito rifiuto della politica come accettazione dello scontro politico generale (e quindi anche della sua dimensione elettorale) diffusosi nelle organizzazioni sindacali e associative in questi anni; del solito rifiuto ideologico, a priori, di darsi un’organizzazione politica con regole (disciplina interna), mentalità collettiva, formazione culturale omogenea. Una logica debole che durante la Seconda Repubblica ha eroso l’eredità del movimento operaio, sia nella variante socialista che comunista, con grande gioia non solo della destra ma anche di quelle correnti di sinistra non marxiste che hanno in Rodotà uno dei suoi principali alfieri e in Repubblica e Micromega due tra i principali organi di diffusione.
Come si potrà resistere al renzismo senza un soggetto politico dichiaratamente alternativo che ingaggi il conflitto in ogni angolo della società e contemporaneamente contendendo ogni spazio di potere, sfidandolo anche a livello dello “Stato monoclasse”? Mi viene in mente l’intervento di una sindacalista della Fiom che spiegava come le tante crisi aziendali nel paese fossero il prodotto dell’assenza di una politica industriale da parte dello Stato. Ebbene, come ci rimettiamo al passo se rinunciamo a contendere anche i luoghi del potere e della decisione, le leve dell’intervento pubblico in economia? Ci affidiamo alla speranza di un nuovo leader di sinistra alle prossime primarie del Pd oppure a una nuova stagione referendaria ? Oppure all’avvento di un nuovo messia dopo la stagione “poetico-vendoliana” che in questi giorni in Puglia sta miseramente disvelando il suo volto trasformista, oltre che il suo carattere imbelle e incapace di dichiarare guerra al renzismo pugliese incarnato da Emiliano? Oppure “facciamo ammuina” con la coalizione sociale nel frattempo che giunge il prossimo congresso della Cgil?
Come potranno mai arrivare nelle sedi decisionali proposte, progetti da parte di pezzi di società e interessi materiali se questi stessi pezzi di società e interessi materiali rifiutano la necessità inaggirabile di organizzare un soggetto politico che conti nella società, svolga attività socialmente utili e contemporaneamente le rappresenti in tutte le sedi dando battaglia culturale, economica e politica?
A questo punto questi concetti potrebbero essere visti comprensibilmente da chi legge come dei vecchi “pregiudizi” ideologici di chi scrive. Allora, a conferma di quanto da noi sostenuto sull’ambiguità e sulla debolezza intrinseca della proposta targata Landini-Rodotà, lasciamo la parola a don Ciotti, presidente di Libera, individuato come uno dei principali interlocutori nella costruzione della coalizione sociale.

In un’intervista su Il Fatto Quotidiano online del 14 marzo alla domanda su come giudichi l’operato del governo Renzi, don Ciotti risponde: «Premesso che su alcuni temi stiamo collaborando, come abbiamo fatto con altri governi in trasparenza e autonomia di giudizio, non vedo in generale una grande attenzione alle fasce deboli. […] Ora c’è questa riforma del lavoro. Ci viene detto che ridurrà il precariato e indurrà le imprese ad assumere. Ce lo auguriamo di cuore. L’importante è che non vengano smantellati i diritti dei lavoratori». Come già detto, comprensibilmente, un’associazione “non di parte” non può che collaborare in autonomia con ogni governo. Invece, rispetto alla riforma del lavoro che devasta i diritti, il presidente di Libera si augura soltanto che non vengano smantellati i diritti dei lavoratori. Don Ciotti si fa e ci fa gli auguri quando basterebbe che telefonasse a Landini per conoscere gli effetti del Jobs Act sul mondo del lavoro.
Alla domanda se Libera possa svolgere una funzione di unità delle forze politiche, ad es. sul piano del reddito minimo perché davvero diventi legge, tralasciando per un attimo gli aspetti di merito e concentrandoci sul punto politico, don Ciotti spiega che «Libera non aspira a svolgere nessuna “funzione” rispetto alle dinamiche dei partiti: fa delle proposte come chiunque senta la responsabilità di partecipare alla vita pubblica. Se poi una o più forze politiche le accolgono e s’impegnano a realizzarle senza snaturarle o strumentalizzarle, ben venga. Ciò che conta è la proposta, non chi la fa». Dunque, Libera non aspira a nessuna funzione o ruolo politico, partecipa come chiunque alla vita pubblica e come chiunque non ha alcuna necessità di organizzarsi in un soggetto politico e del resto le è “indifferente” chi presenti che cosa. Appunto, un’associazione come Libera non può che essere “equidistante” e “imparziale”.
Se non bastasse, a proposito del giudizio sul Movimento 5 Stelle, don Ciotti ribadisce che «Come detto, i 5Stelle sono stati i primi a farsi vivi e ci è parso giusto e rispettoso accogliere il loro invito a incontrarci. L’obiettivo è promuovere, ciascuno nel proprio ruolo e coi propri mezzi – e possibilmente con altre realtà – una misura necessaria a ridurre il peso insostenibile della crisi e ridare alla politica il senso di servizio al bene comune». Dunque, se domani sul reddito o su un altro problema specifico, la chiamata giungesse non da sinistra, ma dal centro o dalla destra un soggetto come Libera non avrebbe problemi a rispondere educatamente allla chiamata, del resto non è mica abilitata a fare “analisi del sangue” oppure a confrontarsi sull’assetto generale della società. Quello magari dovrebbe essere il lavoro quotidiano di una sinistra organizzata su basi di massa.
Infine, la risposta che chiarisce meglio di ogni altra teorizzazione la debolezza della proposta della coalizione sociale. Alla domanda «Con quali obiettivi Libera vuole costruire una Coalizione sociale con soggetti come la Fiom o Emergency?» don Ciotti risponde tranquillamente: «Libera non può aderire alla coalizione essendo un coordinamento di associazioni, oggi più di 1600, ciascuna autonoma nel costruire i suoi percorsi e nello scegliere i suoi riferimenti. Detto questo, ben venga questo collaborare insieme per rappresentare con maggior forza la richiesta di dignità, di lavoro, di giustizia sociale. Il nostro Paese – Libera lo ripete da vent’anni – ha bisogno di una robusta iniezione di “noi”, cioè di condivisione e corresponsabilità. E io sono molto contento di trovarmi in sintonia su questo con Gino Strada e Maurizio Landini, persone di grande spessore umano per le quali nutro stima e amicizia». Quindi, Libera non farà parte della cosiddetta coalizione sociale perché essa stessa è già una coalizione di più associazioni indipendenti che in ogni ambito in cui operano, in ogni territorio che abitano scelgono ogni giorno l’impegno sociale “equidistante” dallo schieramento di parte per questo o quell’altro soggetto politico o, a voler essere un po’ più realisti, hanno già il loro riferimento politico/partitico/personale cui “affidarsi”. Dopodiché non si comprende in che forme ci possa essere collaborazione se non nelle forme già sperimentate della rete, delle campagne, dei referendum, delle leggi di iniziativa popolare ma con ciò si ritorna alla casella di partenza ovvero nessuna nuova soggettività politica che contenda egemonia e ingaggi il conflitto anche al livello dello “Stato monoclasse” di cui parla Rodotà o per resistere e rilanciare di fronte all’offensiva renziana.

Detto questo don Ciotti è contento di essere in sintonia con Gino Strada, Maurizio Landini che sono brave persone. Anche noi siamo brave persone, sebbene militanti di base di partito, e ci piacerebbe essere in sintonia con tutti e con tutti prendere un caffè come quattro amici al bar, però scegliamo di fare politica nominando i problemi senza girarci attorno, convinti che serva chiarezza.
Perché senza la chiarezza nel dire da dove si viene e dove si vuole andare temiamo che l’Italia rimarrà ancora a lungo l’unico paese europeo senza una forza politica di sinistra alternativa, antiliberista e anticapitalista.

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4 comments on ““Facite Ammuina” ovvero la coalizione sociale di Landini-Rodotà
  1. bah. letto tutto, con molto interesse, condivido l’esigenza di chiarezza, condivido l’analisi della “debolezza della proposta” epperò vorrei ricordare all’estensore dell’articolo che in italia non manca una forza politica anticapitalista e antiliberista, anzi il problema vero è che ce ne sono almeno una ventina, ciascuna SENZA nessun radicamento sul territorio, ciascuna SENZA nessun “discreto seguito di attivisti”, anzi messe tutte insieme prendono meno voti dell’udc. Per cui, magari la proposta è debole, però anche questo riflesso pavloviano di sparare sul pianista quando non ha ancora neanche suonato un accordo mi ha rotto un po’ le scatole. Cordialmente eh!

    • Gentile Ivan, in Italia ci sono troppe piccole formazioni anticapitaliste e antiliberiste, citarle tutte occuperebbe davvero troppo spazio e insieme sono meno rappresentative dell’Udc come dici tu. E bada, lo dico da militante di base di una di queste forze. Questa debolezza non sfugge a me come a tanti altri militanti.
      Il punto politico è che ne manca una con un radicamento largo, con una base militante più che discreta.
      Se Landini annunciasse di volersi mettere a disposizione per costruirne una, foss’anche solo antiliberista, inizieremmo una storia nuova in Italia. Ovviamente credo che ciò sarebbe incompatibile con il suo ruolo attuale. Volendo potrebbe anche decidere di contribuire anche indirettamente, orientando compagne e compagni, cittadine e cittadini che credono nel ruolo svolto dalla Fiom da lui guidata in questi anni o, meglio ancora, “investendo” il corpo largo del suo sindacato in questa impresa.
      Tanti compagni sarebbero ben felici di mettersi a disposizione di questo piano e del suo “pianista”, collettivo o individuale che fosse.
      Ma non mi sembra che si stia muovendo in questa direzione.

  2. La prima osservazione (sull’appropriata risposta di “classe”) basta a confutare tutta la pseudo argomentazione di Rodotà.

  3. Caro Gianni, senza militare attivamente, dal 1992 a oggi queste forze le ho votate tutte, fino all’ultimo imbarazzante disastro dell’altra europa. Adesso potrò non essere d’accordo con tutto quello che dice Landini (che ha detto chiaramente di non voler fondare un partito), rodotà o don ciotti (sono allergico ai preti, ma i preti non sono tutti uguali) ma ritengo utile il contributo di chiunque, darei il mio sostegno anche al mago zurlì se servisse a riportare in vita la sinistra italiana. Per questo, l’idea di partire dai contenuti, prima che dai contenitori, mi sembra giusta e condivisibile, visti i terrificanti flop degli ultimi contenitori,dalla sinistra arcobaleno in giù. Quelle venti forze di cui sopra, allora, farebbero bene ad appoggiare TUTTE questa iniziativa senza se e senza ma, anzichè sparare a zero in anteprima (a prescindere)) e ciascuna proporsi come la sola reale interprete della classe lavoratrice, quando spesso non si rappresenta neanche il proprio condominio (in termini elettorali). Cordialmente,
    ip

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