Coalizione sociale: gli sciami baumaniani di Rodotà

– di Giulio Cherchi –

È uscito il documento di coalizione sociale.

http://www.huffingtonpost.it/2015/05/21/maurizio-landini-coalizione-sociale_n_7389458.html?1432306795&utm_hp_ref=italy

I concetti all’interno del testo, nelle cinque righe centrali, sono caratterizzati da quello che definirei il neoliberalismo ultralibertario (e utopico) di Rodotà e dall’antipartitismo. E’ una sintesi de Il diritto di avere diritti, ne rappresenta la piattaforma.
Siamo alle solite. Non riusciamo proprio ad uscirne da lì. La riproposizione del solito spartito.

Bisogna farsi una serie di domande leggendolo per meglio comprenderne le mancanze e le carenze, partendo da questa: a chi è indirizzato l’elenco di diritti che alla fine della prima pagina coalizione sociale fa? L’individuo che nasce già con i diritti. Fatto e finito e che deve solo riscuotere, un consumatore di diritti “buono”. Comunità, il farsi della persona nel rapporto con gli altri, un modello di sviluppo oltre il capitalismo, nuove istituzioni, una casa da vivere insieme, le bandiere, i colori, il riconoscimento dell’altro? Anche i diritti sociali, come i beni comuni, sono riserve da consumare e accedere individualmente. Per non parlare della scomparsa del socialismo, sia mai che qualcuno lo rimetta in campo…
Sparisce la storia d’Italia e della sua sinistra, teorie valide per ogni dove, senza alcuna peculiarità della penisola e dei suoi abitanti.

Qual è il soggetto che dovrebbe realizzarli? La retorica dei diritti è indirizzata principalmente alle classi che quei diritti sanno come raggiungerli e farli rispettare. Il programma è fatto apposta per gli stessi soggetti che hanno dato vita alle fabbriche vendoliane, alle varie leopolde renziane e civatiane.
Non si intravvede come chi proviene dalle classi subalterne possa essere coinvolto, come possa trasformarsi in dirigente da diretto che è.
Il soggetto, antropologico e sociale, di queste richieste è sempre il citoyen borghese, giovane, laureato. In questo documento non c’è una virgola sulle classi subalterne e su come riportarle alla partecipazione politica. Che è il nostro grande problema da 30 anni a questa parte.
E poi un altro grande assente: il conflitto di classe dov’è finito? Lavoratori e imprenditori tutti insieme? Assieme al soggetto chi è l’avversario?

Non una parola sulla creazione di lavoro e come, la solita retorica sulle energie rinnovabili. Il ruolo dello Stato? Intervento economico diretto? Sull’Europa siamo allo “speriamo che decidano di essere buoni”. Sono solo diritti individuali, e sono liberali perché presuppongono che l’individuo sia già posto e che non si crei invece nel rapporto sociale con gli altri. Fanno parte alcuni, come fa parte il keynesismo (liberale pure lui meglio ricordarlo), della storia del movimento operaio, ma se si riducono a questo, all’espansione delle potenzialità dell’individuo monade, il neoliberalismo ha già dimostrato di sapere raccogliere nettamente meglio. La realtà del neoliberalismo ha cambiato proprio le carte in tavola e riproporre da soli il keynesismo + diritti individuali serve a ben poco.

Ci si trova insieme come uno sciame per singole battaglie. Poi tutti al proprio posto. Una rete leggerissima, sia mai che qualcuno voglia condividere con gli altri una bandiera, un inno, una sede, dei luoghi. Bauman nei suoi testi (Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi) aveva già parlato di questa tendenza del capitalismo tecnonichilista di produrre affascinazione da parte dei consumatori creando degli sciami collegati all’uscita della nuova merce o di un nuovo brand, destinati a dissolversi alla successiva commercializzazione di un’altra merce che porta la precedente ad una rapida obsolescenza.
Nel documento non viene posta neanche una meta per la creazione di un’organizzazione solida. Si danno soltanto aggregazioni effimere su singole issue, e poi, amici indifferenti come prima. Una rete. È una chiamata per chi è già formato, ha la sua cultura, la sua posizione, un progressismo liberale.

Ci sarebbe poi il problema del metodo. Sinceramente qui in Sardegna non ho visto nessuno chiedere partecipazione e dibattito. Come al solito la retorica della partecipazione, della società civile, si trasforma nell’imposizione molto borghese di valori dall’alto, a scatola chiusa e senza possibilità di discussione.

Ci si aspetterebbe che un documento scritto e organizzato da un’organizzazione sindacale mettesse al centro del piatto il tema del conflitto, oltre a quello dell’organizzazione. Viene quasi da chiedersi cosa serva la Fiom senza conflitto e organizzazione. Lavoratori e imprenditori tutti insieme? Salariati e rendite unite in una società pacificata?
Purtroppo non ci si rende conto di un punto.
Siamo di fronte ad un cleavage politico che nel dibattito si fa finta da anni di non vedere. Da un parte c’è la sinistra post democratica, dall’altra quella che viene dalla storia del movimento operaio e che prova a criticare radicalmente i concetti di base del neoliberalismo in varie maniere.
Per trent’anni la prima ha svolto un ruolo dominante nelle sue due facce radicali e riformiste. Questo documento continua a dare la funzione trainante alla prima. Chi le vuole mettere assieme ha un approccio moralistico. E ottiene la sinistra sans phrase, senza aggettivi, il buio delle vacche che sembrano nere. Poi il giorno dopo le elezioni ci si accorge che le vacche sono poche e non sono nere.
Sono una cassandra se ne prevedo gli esiti?

Per chi viene invece dalla storia del movimento operaio la questione è di come legare la sua storia e i suoi concetti ad una fase radicalmente diversa che pone la grande questione della liberazione dal lavoro e del lavoro, che non può essere schiacciata sulla modernizzazione verso conservazione, ma che mette in campo il problema dell’umano e del suo stare nel mondo.

Bisognerebbe chiedersi come costruire una vera alternativa ideale e politica.
Per far partecipare di nuovo le classi subalterne alla lotta. Attraendoli comunicandogli, e praticando, calore comunitario, affetto, condivisione, crescita personale e collettiva, sicurezza, fraternità, e valori non imposti ma discussi. E per far questo ci vuole il conflitto, perché senza avversario non si crea nessuna comunità umana. Avversario che non va inteso a la Schmitt. Ma va inteso come meccanismo capitalistico e tecnico che fa indossare alle persone svuotandole e snaturandole una maschera. L’avversario, può essere anche quello che porti dentro di te, e può essere una dialettica che porti al confronto e non alla distruzione. Che porti alla riflessione sulla propria umanità.
Ma per far questo di certo il punto di arrivo non saranno le prossime elezioni, non saranno gli accrocchi che passano dall’antiberlusconismo all’antirenzismo. Ci vogliono trent’anni di lavoro per rimettere in piedi ciò che trent’anni hanno demolito. E che Coalizione sociale non ha nessuna intenzione di ricostruire.

Sinistra

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