Chi ha fallito? Due parole sulla quistione meridionale

– di Onofrio Romano –

Due parole sulla “quistione meridionale”, prima che si chiuda definitivamente la finestrella aperta dalla Svimez.

C’è un risvolto pericoloso nella pur sacrosanta sottolineatura della sparizione del Sud dalle agende dei governi e dal dibattito pubblico. Questa, infatti, consente a tutti i commentatori di rimuovere la radice “politica” del disastro. Che cosa intendo?

Dal momento che il Sud è stato trascurato in questi anni, si ritiene che la sua condizione presente non sia dovuta al fallimento di uno specifico modello di sviluppo, bensì costituisca il frutto di ataviche tare delle sue genti o delle sue classi dirigenti, dei suoi vetusti assetti istituzionali o delle sue marce burocrazie. In questo modo, si depoliticizza la quistione, rinchiudendola dentro un indefinito campo etico-storico-entoantropologico. Ci si auto-assolve e, soprattutto, si ripropone bellamente la stessa ricetta dimostratasi fallimentare negli ultimi trent’anni.

A partire dagli anni ottanta, infatti, il Mezzogiorno è stato fatto oggetto di una precisa strategia politica di sviluppo: quella che il Cassano di qualche anno fa ha definito con un certo sarcasmo “localismo virtuoso”. Ma il localismo virtuoso non è che una delle mille possibili declinazioni (spesso in conflitto tra loro) di un unico grande paradigma ruotante attorno alla convinzione che l’autentico sviluppo di un popolo si ottenga solo attraverso la sua “messa sul mercato”, ossia la sua attivazione competitiva, senza rete, nel mare magno della concorrenza internazionale. Il sistema competitivo internazionale è qui pensato come uno spazio liscio, equanime e liberamente accessibile da tutti i soggetti, a condizione che essi di dimostrino seri, creativi, meritevoli e talentuosi (poiché, com’è noto, il mercato premia sempre i migliori…). Occorreva insomma passare dalla sciagurata “modernizzazione passiva” del secondo dopoguerra (lo sviluppo top-down che ha caratterizzato la stagione dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno) ad una modernizzazione finalmente “attiva”, dal basso, bottom-up.

Sulle maniere per arrivarci (sul mercato), le ricette – ripetiamo – sono molteplici. Ma la convinzione di fondo non muta. C’è chi ritiene che occorra semplicemente dotare il Sud di buone infrastrutture, chi ritiene che occorra lavorare alla fornitura (partecipata, ça va sans dire) di beni e servizi pubblici, chi ritiene che occorra sollecitare l’auto-attivazione civica e l’auto-imprenditorialità, chi ritiene che occorra lavorare di fino sul rafforzamento dei “fattori non economici dello sviluppo” (il fantomatico “capitale sociale”), chi ritiene che occorra rilegare e potenziare le energie autonome delle società locali, chi ritiene che occorra semplicemente curare l’ordinario (la scuola, i trasporti, la burocrazia, la giustizia, i diritti ecc.), chi ritiene che sia meglio non fare proprio nulla (e tagliare tutti i fondi) poiché solo così gli animal spirits del mercato possono risvegliarsi ecc. Spesso i sostenitori di queste differenti scuole se le sono date di santa ragione, ma è indubbio che essi stanno tutti sulla stessa barca (da Rossi a Barca, appunto). Oggi, in particolare, assistiamo all’apparente conflitto tra localisti virtuosi (sostenitori del far da sé dei territori) e neo-centralisti (per i quali, i territori meridionali sono irrimediabilmente marci, quindi va ridato il bastone del comando ai poteri centrali). Il conflitto è apparente poiché il fine ultimo non muta: valorizzare le risorse territoriali per lanciare il Sud sul mercato.

Dunque, un modello di sviluppo negli ultimi trent’anni c’è stato. Ed è stato servito in ognuna delle sue possibili salse. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il fallimento del Sud è il fallimento di questo specifico modello di sviluppo, di questa specifica ideologia, non di altro. Ed è un fallimento scritto nella concezione ottocentesca che lo ispira: l’idea del mercato come Far West, prateria vergine, nuda, da conquistare con un pizzico di virtù, di rigore, di creatività e di buona volontà. L’idea che si sia ancora in condizione di “scarsità” e che quindi occorra rimboccarsi le maniche per valorizzare le aree sotto-utilizzate.

Questa concezione non fa i conti con la realtà, ossia col fatto che il mondo al quale il Sud appartiene si è costituito proprio in risposta alla saturazione dei mercati conosciuta alla fine degli anni settanta. È un mondo di “abbondanza”, non di scarsità, dove l’acquisizione delle risorse è questione squisitamente (e in senso lato) “politica”. Ma bisogna intendersi bene su questo punto. Un autorevole esponente dell’imprenditoria meridionale, in occasione dell’uscita del rapporto di Confidustria (qualche giorno prima dell’uscita delle anticipazioni del rapporto Svimez) ha detto che le imprese meridionali mostrano oggi qualche segno di vitalità, ma “ciò che manca è la politica”. Quale politica, secondo il nostro? Quella che serve sostanzialmente a lubrificare le vie percorse dalle imprese. Ecco: questa è proprio la politica che non serve! La politica che occorre in questo specifico contesto, in questo specifico mondo, in questo specifico stadio dello sviluppo è quella che acquisisce, ordina e distribuisce secondo determinati criteri di giustizia la rendita sul general intellect. Ma questi discorsi ci porterebbero lontano e non è questo il luogo.

Il punto ora è: chi si assume la responsabilità del fallimento delle politiche di sviluppo realizzate negli ultimi trent’anni? Chi alza il ditino per dire “ho sbagliato e mi faccio da parte”? Nessuno, ovviamente. Tutt’al contrario. Le fucine mediatiche grondano di raccomandazioni a gettare il Sud nelle braccia del mercato immaginario che alligna nelle fantasie dei bravi commentatori, ossia a fare le stesse cose che si sono fatte negli ultimi trent’anni, a perseverare nell’errore. Il bilancio delle politiche di “modernizzazione passiva” del Sud è stato fatto da tempo (i risultati sono controversi ma, al confronto, il localismo virtuoso appare come il nulla sottovuoto). Quando cominceremo a fare il bilancio della “modernizzazione attiva”?

Certo, si può sempre dire: il modello era giusto ma è stato applicato male, in maniera incoerente, discontinua, scoordinata ecc. Questo è indubbio. Epperò, se io oggi dicessi che il comunismo funziona benissimo, solo che è stato applicato malissimo (e anche questo è indubbio), a qualcuno verrebbe in mente, legittimamente, di chiamare la neuro. Perché lo stesso trattamento non viene riservato ai commentatori che hanno imperversato in questi giorni su tutti i giornali, propinandoci all’unisono la stessa ricetta dimostratasi del tutto fallimentare negli ultimi trent’anni?

L'osservatore Romano

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