L’innominabile. Sulla sinistra conviviale di EurHope

– di Gianni Porta –

Ho seguito con curiosità l’ultima giornata del convegno EurHope organizzato dal Gruppo parlamentare della Sinistra europea e dall’associazione Act a Bari. Era la giornata più politica in cui discutere del “che fare? ” dopo le sessioni tematiche.
Una buona partecipazione di ospiti stranieri. Un’ottima presenza di giovani e giovanissimi. L’affiorare di un’esigenza diffusa: costruire una forza politica con salde basi sociali, presente nella società e nella sfera politica per affrontare la scontro per il potere, accumulando forza e sedimentando organizzazione stabile (altro che partiti leggeri, primarie e leaderismi).
Dopo anni di movimentismo e rifiuto di ogni rappresentanza, dopo anni in cui il motto “nessuna ci rappresenta” – un po’ per principio un po’ per opportunismo – ha indebolito la classe e i “nostri”, aiutando la nascita di nuovi movimenti politici non alternativi al sistema economico dominante, ci si rende conto che in Italia viviamo tempi difficili.

Come sia possibile fare passi avanti senza un minimo di autocritica è un mistero irrisolto cui ho assistito al convegno. Ma non è il più difficile da risolvere.

Come sia possibile costruire quello che serve con personale politico-sindacale-intellettuale che continua a rimandare questa esigenza in discorsi generici sulla democrazia e in un tempo indistinto, dopo anni di illusioni e prosopopee sulla sinistra light, poetica, moderna lanciata nella Puglia migliore vendoliana, è il secondo mistero meno facile da risolvere.

Come sia possibile costruire un soggetto politico forte se anche chi parla in nome e per conto di partiti, per lisciare il pelo alle platee e “vincere facile”, preferisce parlare di reti, piattaforme, campagne, comitati, coordinamenti ecc., è il terzo mistero. Ancora più difficile da risolvere.

Per fortuna le vie del comunismo sono infinite e ci ha pensato alla fine della maratona dalla platea un giovanissimo compagno, mi pare fosse straniero, a dire che “il re era nudo”, che per tre ore si erano usate espressioni, formule, perifrasi, contorsioni per nominare un’esigenza ma evitare di nominare la parola innominabile, il convitato di pietra della giornata: il partito.
Quel connettore politico, culturale, storico che chi gode di migliore salute, oggi in Europa rispetto alla sinistra italiana, o non ha mai smontato oppure ha deciso consapevolmente di mettere a tema.
Perché in Italia ci piace commuoverci ricordando un compagno come Ingrao per la sua storia di dissenso, per il suo dubbio, per la sua eterodossia intellettuale ma meno per il senso di fedeltà e disciplina militante, per il paziente e testardo lavoro di costruzione e manutenzione dello strumento che serve a difendere ed emancipare quelli che in regime capitalistico se lo prendono sempre nel “retro”.
In Italia mi pare che questo strumento si chiamasse partito. E avesse anche un aggettivo identificativo: comunista.

Sinistra

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