Appunti di viaggio: il nuovo spirito del capitalismo

mercato– di Giulio Cherchi –

Nel testo “Il nuovo spirito del capitalismo” dei due sociologi Luc Boltanski ed Ève Chiapello sono analizzate, partendo dalla lettura ponderata dei libri di management e dai contratti industriali degli anni ‘60 fino alla fine dei ‘90, le modificazioni ideali della svolta neoliberale in Occidente. Il loro focus è incentrato sulla Francia, paese dove inizia e si infiamma la contestazione studentesca e operaia, con il culmine del Maggio ‘68. Analizzare il cambio di strategia da parte degli industriali ci fa comprendere su quale punto nevralgico abbiano conquistato l’egemonia e compreso le modificazioni nei desideri e delle volontà degli uomini nella società consumistica e della “possibile” abbondanza.

Gli industriali nella Francia post ’69 provarono a reagire alle due critiche fondamentali che risuonavano nelle fabbriche (la critica sociale e la critica artistica). La critica sociale è quella basata sulla redistribuzione delle risorse tramite salario, welfare, diritti. Quella artistica si basa sull’autonomia di scelta nel mondo del lavoro, di essere liberi e creativi, di poter utilizzare le facoltà cognitive e creative, di essere “leader di se stessi”.
In una prima fase, provarono sotto la spinta dei sindacati e dei partiti di sinistra a risolvere piegandosi verso la critica sociale. Quindi: aumento dei salari, interventi sul welfare. Si aspettavano in questo modo che si riducesse la conflittualità operaia e che si arrivasse ad una gestione delle attività produttive più lineare. Ed invece gli operai e i salariati (impiegati e colletti bianchi) rimasero pressoché insensibili a questa soluzione. Addirittura la conflittualità aumentò. Non solo la conflittualità ma i processi di automarginalizzazione (abbandono del lavoro improvviso, precariato per scelta, mancanza di impegno nelle attività, i figli della borghesia che si dedicavano non alle aziende e professioni di famiglia ma ad attività politico-artistiche).
Questa conflittualità non si diresse soltanto verso le strutture industriali e di dominio, ma si rivolse contro le istituzioni del movimento operaio accusate di sclerotizzazione, burocratizzazione, di mancanza di creatività. Di appartenere ad un’altra epoca e per questo di essere complici delle “rigidità” che contraddistinguevano la fabbrica fordista.
A questo punto il padronato cercò una soluzione opposta. Con la ristrutturazione delle fabbriche tramite la rivoluzione informatica, si agì per dare autonomia a tutti i membri dei vari gruppi (con uno smembramento delle unità produttive in singoli progetti). Progressivamente al lavoratore fu chiesto di diventare controllore di se stesso e si intervenì, a partire dai dirigenti, nel fornire degli obiettivi lasciando la scelta di come conseguirli ai lavoratori. Dalla fabbrica tutto questo venne spostato nel terziario dove la capacità principe divenne quella di essere capaci di far parte di una rete, di evolvere progetto dopo progetto, di non essere stabili ma cangianti così come i nuovi progetti richiedevano senza legarsi a nulla. Facendo un altro esempio oggi nel calcio la parola progetto è la parola principe e la parola fedeltà appartiene al mondo degli anni ’60.
Di essere flessibili, di decidere loro stessi dei tempi del lavoro, di non essere bloccati allo stesso lavoro e di essere creativi. Una perfetta risposta alle richieste di liberazione del sessantotto. Cioè della società consumistica post industriale. La città dove vige l’abbondanza. Tutto questo prevedendo un processo meritocratico che si basava sulla valorizzazione/differenziazione economica delle competenze e della personalità attraverso benefit e compensi. La reazione da parte dei lavoratori fu non solo di resa, ma di entusiastica partecipazione. I colletti bianchi furono i primi, come sappiamo in Italia con la marcia dei quarantamila, ad abbandonare quel blocco sociale che aveva contraddistinto il trentennio glorioso del compromesso capitale e lavoro. Il CFDT, il sindacato francese di sinistra che aveva una maggioranza di quadri ed impiegati, appoggiò la nuova tendenza alla “modernizzazione”. Proprio molti dei marginalizzati degli anni 60/70 si ritrovano come “creativi” nei posti di comando. Il risultato fu la messa progressiva ai margini della CGT e del PCF che iniziava la sua discesa alle misere percentuali di oggi.
Oggi è lo stesso. Non è una novità, sappiamo bene che dalla nascita del capitalismo si impone un uomo nuovo. I rapporti di produzione e di vita si modificano, le classi vengono trasformate e ai dominati viene imposta un’egemonia che gli impedisce di comprendere la vera posta in gioco. Per arrivare all’homo economicus, o meglio, all’uomo industriale, si scatenò nelle campagne, dal ‘500 in poi una ribellione diffusa, endemica, dai tratti molte volte ultraconservatori (perché nessun altro appoggio culturale le classi subalterne potevano avere, vedi la fiammata de Su Connottu in Sardegna o il brigantaggio sanfedista dell’Italia meridionale), che causò milioni di morti e scomparve solo al finire dell’800 in Europa. E qui sta una differenza con l’oggi. Il crollo dei diritti sociali e civili a partire dalla fine degli anni ‘70 nel mondo occidentale si è clamorosamente contraddistinto per la diminuzione della conflittualità rispetto al periodo precedente. Qualcuno parlava di uomo ad una dimensione, di sicuro questa strategia attuata dalle classi dominanti è stata alquanto ben recepita dalle dominate. Quasi richiesta. Come ha dimostrato il voto sempre più liberal-liberista di classi medie e di classi operaie. Usando un termine foucaltiano, la governamentalità del nuovo capitalismo si è fatta molto più penetrante, perché ormai assimilata all’interno delle coscienze degli individui, senza più bisogno di guardie o di panopticon. Anche nel sistema giuridico e penale come il testo Lo stato minimo. Il neoliberalismo e la giustizia di Antoine Garapon, giudice francese, dimostra. Tutte le sinistre sono state travolte. Quelle che si sono adeguate al neoliberalismo e quelle che hanno tentato di resistere facendo riferimento ad un mondo che non esisteva più. È consolatorio pensare ad un tradimento. Ma non c’è nessun tradimento. C’è una questione molto profonda. Profonda come lo era la crisi delle sinistre nell’interpretazione della grande trasformazione ad inizio Novecento, della fine del primo grande processo di orizzontalizzazione a carattere globale. Con gli esiti che tutti sappiamo.In più molti altri spazi vitali vengono colonizzati da un capitalismo il cui sistema produttivo ha raggiunto i limiti massimi di espansione dominando l’intero pianeta. Anche il tempo libero viene messo a produzione. Non c’è più divisione tra tempo libero e tempo di lavoro. Nei progetti in gioco c’è l’intera attività, l’intera personalità dell’uomo, le sue “competenze”. Nella città dei progetti, come la definiscono Boltanski e Chiapelle, vive il 90% delle persone che oggi hanno un lavoro (saltuario o permanente). Possiamo quindi dire che l’autocontrollo che la svolta neoliberale ha imposto nell’anima degli individui sia più pericoloso dell’homo economicus del primo capitalismo, che conviveva in spazi distinti, separati, con altre sfere di vita?
Qualsiasi analisi politica deve partire dall’uomo e dalla società di oggi e non da quella di 50 anni fa.
Tutto questo in un sistema dialettico che poggia su opposti. Nel capitalismo che vive da sempre di contraddizioni c’è la nazione che sparisce ma c’è una presenza dei poteri di controllo molto più forte che nell’era del welfare state (e qui rimando a La nuova ragione del mondo di Christian Laval e Pierre Dardot).

C’è la precarietà che è anche flessibilità. C’è il tempo libero che però porta plusvalore e sfruttamento come il lavoro. C’è una maggiore libertà individuale che però è nichilismo e alienazione. C’è la tecnica che ci dà immense possibilità ma è anche una macchina senza freni. C’è il fatto che sì nell’immediato abbiamo bisogno di Keynes ma sul medio non si può pensare di aumentare la produzione che è arrivata ben oltre i suoi limiti massimi. Ormai i temi sono la liberazione del e dal lavoro nella nostra epoca. Come dice Claudio Bazzocchi il problema, infatti, considerando oltretutto che non è vero che lo Stato sia assente nel neoliberalismo, ma è anzi uno dei soggetti fondamentali della sua costruzione (e quando compete, per esempio, tramite la leva fiscale per attrarre capitali e farsi Stato in concorrenza con altri Stati è un soggetto assolutamente forte), è quello di come uscire dalla razionalità neoliberale che ha mutato nel profondo tutti noi, anche quelli più di sinistra.

Ho un consiglio per le “cose rosse” di domani.
Si potrebbe andare molto avanti. Nessuno ha le soluzioni. Serve elevare, e di molto la discussione.

Serve un organismo per affrontarle assieme. E non per inseguire Renzi o i sindaci.

Il quinto moro

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