Ricomincio da qui. La sinistra e la periferia

Il mondo fuori attraverso i miei “occhi quadrati” [tratto da “Ma … perché non sono un delinquente?” Un’autoetnografia come metodo della ricerca sociale”].

– di Nicola Schingaro – La periferia mi appartiene. Sono nato e cresciuto in un C.E.P. Era il quartiere “San Paolo”, a Nord-Ovest di Bari. Non era solo la periferia estrema di una città media del Sud Italia, ma era anche – e soprattutto – un quartiere povero, un ghetto, uno slum. Nell’immaginario comune, e con una naturalezza tante volte disarmante, esso riusciva ad evocare nel resto della città l’immagine negativamente stereotipata di un luogo come un covo ricolmo per lo più di individui poveri e criminali. Se non per tutti tra quelli che abitavano ‘in’ città, per la stragrande maggioranza di loro, era questa la principale caratteristica identificativa del mio quartiere. Da questo punto di vista, io e il mio quartiere abbiamo condiviso un mucchio di cose. Tutte le volte che la nostra reciproca appartenenza era svelata in pubblico: esso era identificato – appunto – come un ghetto, uno slum, e così via, evocando di sé soprattutto l’immagine di un luogo come coacervo di miseria e criminalità, mentre io ero identificato come un individuo povero e criminale. In sostanza, mentre esso viveva la sua stigmatizzazione territoriale, io vivevo la mia vita di individuo stigmatizzato. A causa del mio quartiere, ho quindi sofferto varie forme di tensione. Ma primariamente sono tre le cose che hanno tormentato – da sempre – il mio Sé, la mia identità, la mia vita: un lungo processo di etichettamento, il peso di uno stigma e un gran numero di cerimoniali di deterioramento di status. Sin da bambino, ma anche da adolescente e poi da giovane adulto, mi capitava molto spesso di subire simili processi, simultaneamente, fuori e dentro i confini del quartiere. Da un lato, in molti fuori dal quartiere pensavano che io fossi un deviante o un criminale solo perché ero del C.E.P., e si rivolgevano a me come a uno diverso, inferiore, che in quanto tale fosse non del tutto degno di una piena accettazione e inclusione sociale. Dall’altro lato, in tanti dentro il quartiere pensavano che io fossi uno diverso, quasi uno straniero, uno che non conosceva e che quasi deviava dalle loro norme, uno inferiore, che in quanto tale – anche qui – non fosse del tutto degno di una piena accettazione e inclusione sociale. Come se non bastasse, anche per molte teorie della devianza, ancora sarei – o avrei dovuto o potuto essere – un deviante o un criminale.

Ma se avevo le carte in regola, allora … perché non sono un delinquente? In che modo queste teorie riescono a fornire spiegazioni al riguardo? E in che modo l’etichettamento subito lungo l’arco della mia vita ha influenzato il mio Sé e la mia identità?

Sono di certo queste le principali domande – esistenziali ancor prima che di ricerca – a cui ho tentato di rispondere attraverso – e lungo tutta – la mia riflessione autoetnografica. Eppure, non si tratta solo di questo, e non si tratta solo di me. In fondo, potendo contare sulla mia famiglia, che era un certo tipo di famiglia, sulla scuola e sul partito, alla fine in qualche modo mi sono salvato.

Allora, il punto critico è che oggi i giovani – in particolar modo, ma non solo – dei quartieri periferici non possono più fare affidamento: su una famiglia operaia – figlia di una cultura operaia – che può contare su un lavoro stabile, su una scuola pubblica, libera e di qualità per tutti, e su un partito – nella sua forma originaria, e non solo – di massa. Di conseguenza, questi giovani hanno oggi molte meno chance di potersi salvare. E su questa questione così tanto delicata, non solo la Sinistra, ma la politica in generale deve necessariamente interrogarsi e giungere a soluzioni.

Dalla sua, invece, la Sinistra – quella parte di politica che avrebbe dovuto starci più vicino – non ha mai saputo – o voluto – comprendere fino in fondo le potenzialità che – ancora – sono dentro di noi proprio perché nel nostro quartiere abbiamo vissuto – o ancora viviamo – ai margini. Vivendo al margine, abbiamo sviluppato – più o meno consapevolmente o in modo del tutto inconsapevole – un particolare modo di vedere la realtà. Quasi inevitabilmente, abbiamo potuto guardare sia dall’esterno verso l’interno che dall’interno verso l’esterno. Abbiamo potuto fermare la nostra attenzione sia sul centro che sul margine. E così abbiamo potuto comprendere ambedue le cose.

Di certo, molti tra noi non sono mai diventati pienamente consapevoli o sono rimasti del tutto inconsapevoli di ciò, ma la nostra sopravvivenza è finora dipesa – e ancora dipende – da una continua consapevolezza pubblica della separazione tra margine e centro e da un continuo riconoscimento privato che eravamo – e siamo – una parte necessaria, vitale, del tutto. Se non a tutti, a molti di noi questo senso di totalità – impresso sulla nostra coscienza dalla struttura delle nostre vite quotidiane – ha fornito una visione-del-mondo-come-di-una-opposizione – un modo di vedere sconosciuto a gran parte dei nostri oppressori, tra quelli che hanno sostenuto politiche e modi di produzione capitalista del nostro spazio – povero e segregato, ma pur sempre – di vita.

Semplicemente, questa visione non solo ci ha sostenuto ed aiutato nella nostra lotta per trascendere povertà e disperazione, ma ha rafforzato anche il nostro senso del Sé, la nostra identità.

Allora, se la politica in generale, forse, non ha mai preso in considerazione qualcuna di queste cose, nel corso degli anni, la Sinistra è invece passata da una fase iniziale di impegno – anche profondo – ad un progressivo svuotamento dei suoi valori e del suo stesso significato. E questo è forse avvenuto proprio nel momento in cui non è stata più in grado di – o non ha più voluto – far propria l’idea che la marginalità è molto ma molto di più che un mero luogo di deprivazione e che, al contrario, è un luogo di – e per una – possibilità radicale: uno spazio di resistenza. Non cogliendo queste cose, in tutti questi anni in cui avrebbe potuto e dovuto essere dentro i – e al fianco dei – quartieri periferici, la Sinistra ha perso la sua più grande occasione. Non ha posto al centro quest’idea di marginalità come luogo in cui produrre un discorso contro-egemonico che semplicemente avrebbe affondato – e che ancora potrebbe affondare – le sue radici negli habits dell’essere, oltre che nel modo in cui uno vive. E così, ha finito per assecondare – e quasi sostenere – l’idea di marginalità come qualcosa che uno desidera perdere, come un luogo da cui uno fugge per cedere ed arrendersi come parte di un movimento verso il centro. Analogamente, non è riuscita a far propria, a coltivare, a mantener viva e a diffondere nei quartieri periferici l’idea di marginalità come un luogo in cui invece uno resta, continua a partecipare, a cui ancora si stringe, semplicemente, perché esso nutre la sua capacità di resistere, perché offre la possibilità di una prospettiva radicale da cui osservare, creare e immaginare nuovi mondi alternativi – ma ancora possibili. Non riuscendo a far ciò, la Sinistra ha finito per credere in una nozione solo mitica di marginalità, una cioè che non deriva dall’esperienza vissuta. E così, ha finito pure per gettare la spugna. Non ha – più – lottato per portare e mantenere al centro quella marginalità anche lì dove si lavora, si produce, si vive, e così via. Ma ha teso il più delle volte solo a rifugiarsi nel mero slogan – sempre buono a ricordare almeno le sue buone intenzioni – di voler “riportare la periferia al centro della città”. Allora, è esattamente in questo senso che – anche qui, in questa sede – mi ritrovo a lanciare – forse – l’ultima sfida alla Sinistra. Semplicemente, essa dovrebbe ripensare criticamente al mondo così svuotato dei suoi valori in cui ha finito per operare a lungo e fino a oggi nei – e per i – quartieri periferici. Diversamente, essa dovrebbe ricominciare proprio con l’interiorizzare l’idea che, mentre noi viviamo nei nostri spazi segregati e nelle città che li hanno segregati, centrale alla vita in questi nostri mondi è – se non per tutti, di certo per molti di noi – la continua consapevolezza della necessità di una opposizione. Ed è esattamente questa nostra forma di consapevolezza l’alimento fondamentale di cui la Sinistra oggi dovrebbe nutrirsi – e su base quotidiana – se realmente vuole rispostarsi a – o più semplicemente vuole tornare a essere – Sinistra.

Occhi quadrati - Il blog di Nicola Schingaro
5 comments on “Ricomincio da qui. La sinistra e la periferia
  1. Ma …. Perché non sono un delinquente ?
    Grazie Nicola, per quanto sei riuscito ad emozionarmi con questa lettura.
    La mia recensione è scritta con il cuore, proprio così, con il cuore di un semplice individuo pro-sociale che,come te, ha sempre subito in maniera silente, un etichettamento angosciante e duraturo.
    I tuoi occhi quadrati e la tua voglia di viverlo quel mondo esterno, mi hanno fatto riflettere molto sulle paure che giornalmente mi assalgono, ma che, allo stesso tempo, si trasformano in rabbia e voglia di reagire ed urlare contro chi ha creato questa situazione di marginalità.
    La commozione nel leggere della tua famiglia, della tua mamma che ostacolava ogni tuo tentativo di avere contatti con il mondo esterno, i tuoi interminabili viaggi in quei bus e la tua voglia di dimostrare che nonostante fossi un abitante del Cep, non avevi nulla da invidiare ad altri studenti.
    Leggendo questo libro, viene fuori un mix di disperazione e di affezione nei confronti di un posto che ti ha visto crescere e di rabbia nei confronti di chi ti ha catapultato ai margini senza preoccuparsi dei pericoli, delle conseguenze e della criminalità che, in quel ghetto, avrebbe affondato naturalmente e senza ostacoli le proprie radici.
    In ogni modo, sei riuscito a confermare quello che penso di noi abitanti del quartiere:

    -Vivendo come facevamo noi – al margine – abbiamo sviluppato un particolare modo di vedere la realtà….
    – Noi guardavamo sia dall’esterno verso l’ interno che dall’interno verso l’esterno.
    – Abbiamo focalizzato la nostra attenzione sia sul centro che sul margine.
    – Noi abbiamo compreso entrambe le cose ….

    E’ proprio vero Prof, siamo diversi, non perché meno capaci rispetto ai cittadini del centro, ma perché riusciamo a guardare la realtà interna ed esterna, sotto differenti punti di vista, siamo al tempo stesso outsider and insider ma è pur vero che siamo parte complementare e fondamentale, di un centro che, come tu affermi, non potrebbe essere integro senza la nostra parte vitale.
    Mi congratulo ancora Nicola, una scrittura coinvolgente, sappiamo bene che vivere in questo quartiere non è facile ma ti rende forte, ed è stato proprio in quella forza che hai trovato e dato delle risposte molto attendibili a noi lettori.
    Spero che questa tua sfida venga accolta, che faccia riflettere chiunque possa contribuire a dare una svolta radicale a questo quartiere.
    Vorrei anche io ricominciare a credere !

    • Quale sinistra? Quale periferia? , in italia lo sfruttamento non si attua solo nei luoghi di lavoro nei confronti dei lavoratori, gli stessi quando terminano l’orario di lavoro esiste un’altro padrone che li sfrutta, perché con il salario ricevuto lo deve spendere per raggiungere la sua casa, di solito si trova sempre in “”” periferia “”” , devi usare l’auto o se sei fortunato un trasporto, per mangiare il cibo costa di più di quanto al centro, e quindi un plus di salario che il lavoratore deve far uscire dalle sue tasche, di solito in periferia, non esistono un luogo dove puoi usufruire servizi come sanità, scuole o strutture sportive o di divertimento, e quindi il tutto dipende dal centro, ora la domanda che pongo, tutto questo chi l’ha deciso? E quindi non parliamo di periferie in modo generico, tutte le periferie sono uguale, hanno tutte le stesse dinamiche e comporta sempre una “” deportazione della povera gente ” costretta da un POTBERE ECONOMICO CHE IMPONE LA “”pianificazione degli squilibri “”. Partiamo da questa consapevolezza e poi diamo titolarità alla parola periferia e sinistra.

  2. Ma … perché non sono un delinquente,

    è un “racconto” magistrale, autentico, lucido e deciso. Si rivolge al lettore, in molti passaggi, in modo intimo e coinvolgente: è personale e nel contempo “corale” poiché la sua voce, Nicola, porta con sé, molteplici voci.
    È un viaggio autoetnografico, ricco e coraggioso: come dice il Professor Petrosino – il mitico Professor Petrosino – lei si è messo in discussione rendendosi disponibile “agli occhi dell’Altro, offrendosi all’attenzione e alle emozioni del lettore, si è aperto all’Alterità”.
    Un viaggio nel Sé, narrando in modo sofferto, le sue esperienze e la sua storia, ma anche quella di un quartiere, il C.E.P. nato per spostare “i miserabili” della Bari vecchia, sede di una Comunità formata da famiglie spesso numerose, caratterizzate da povertà multidimensionale, degrado, marginalità, disagio, devianza e crimine, molte delle quali vivevano in abitazioni insalubri e immorali. Il C.E.P. diventerà il simbolo di una cultura privata delle sue radici, il Luogo dove un disagio incancrenito è stato respinto ai bordi della città, in una sorta di bonifica cosmetica della stessa.
    Un quartiere voluto e nato all’interno di un paesaggio surreale, di un angosciante “spazio vuoto” che Magatti definirebbe “quartiere sensibile”.
    Nello stesso tempo, figlio della “visionarietà dell’urbanistica” degli anni ’60, il C.E.P. ha risposto ad esigenze di tipo demografico, sanitario, ma soprattutto economico e politico: il centro Storico, parecchio appetibile, andava riqualificato, bonificato da famiglie operaie, ex internati, prostitute, profughi, sfollati e senzatetto, categorie di persone potenzialmente pericolose e sovversive da allontanare. Famiglie povere e numerose, sfrattate, deportate in massa.
    Durante la lettura, ho avvertito forte lo sforzo, l’impegno, la fatica, la passione e il dolore dell’Anima e della Mente, nella costruzione della sua Identità, del suo Io nella sua Unità.
    Sentivo il senso di fragilità, di incompiutezza e di inquietudine, che Le hanno acceso un nuovo desiderio, una nuova domanda, il bisogno di interrogarsi, di analizzare la propria Vita nel Quartiere, di rappresentarsela dinanzi, nero su bianco, offrendo all’Altro, Conoscenza e Coscienza, Sapere!
    E ancora, il bisogno di comprendere, attraverso l’autoetnografia, le ragioni che l’hanno “salvata” da un destino apparentemente segnato e dalla profezia che si auto-avvera, analizzando le numerose teorie su devianza e criminalità. Come l’etichettamento, lo stigma, i cerimoniali di deterioramento di status, su di Lei abbiano fallito: io l’ho visto il suo Sé in continua lotta, imprigionato nella danza tra collasso e resilienza. Ho sentito fisicamente la rabbia e la sofferenza! Evocazione, un riecheggiare di emozioni!? Proiezione?
    Rappresenta, forse, questo racconto, il “tempo della tregua, del suo volersi dare Pace?”
    Donarsi, forse, il tempo, per rintracciare frammenti, ricordi, dolori e sofferenze, per attendere la loro ri-composizione?
    O ancora, è stato un provare a ri-tessere la trama della sua esistenza?
    Socrate affermava che compito dell’Uomo è la “Cura dell’Anima”: Conosci te stesso.
    Il Sapere del Sapere attraverso l’introspezione, la Synaesthesis, una sorta di “psicoterapia”, alla quale Lei ha aggiunto l’extraspection, l’osservazione, la riflessione e l’analisi di ciò che era esterno al suo Sé.
    Certo, il Suo è un lavoro emotivamente evocativo: il tormento dell’anima, la voce proveniente dal “dentro”, urla cariche di sentimenti di sofferenza, angoscia, rabbia, frustrazione e risentimento. E ancora, la percezione netta della necessità di un riscatto individuale e sociale.
    Sono stata letteralmente scaraventata con tutti i sensi – vista, udito, olfatto, e anche il gusto – in un’altra “vita umana” della quale si percepisce tutto: dolore, angoscia, ogni dimensione affettiva ed emotiva.
    La periferia mi appartiene: è in quella periferia che Lei ha acquisito la capacità di esprimersi sul piano esistenziale, che ha potenziato le sue possibilità di vita, e non si è preoccupato di coprire e cancellare gli elementi che hanno segnato la realtà della sua vita.

  3. In risposta ad Annarita

    Essendo anch’io vissuta fin da piccolissima al quartiere San Paolo, ho letto con particolare interesse questo libro. Una lettura piacevole che porta a riflettere su esperienze comuni tutti coloro che sono cresciuti in periferie come la nostra e che ci consente di acquisire una più profonda consapevolezza delle dinamiche sociali e psicologiche che ci hanno portato ad essere quello che oggi siamo.
    In questo libro il professor Schingaro racconta con coraggio del sé bambino, prima, adolescente poi che, come tutti noi, ha dovuto subire una serie di emarginazioni dovute ad etichettamenti fondati su pregiudizi. Si racconta di un bambino a cui da una parte è stato negato qualsiasi diritto di socializzazione e confronto con i coetanei al di fuori dell’ambiente scolastico, dall’altra lo si è costretto ad osservare, per fortuna da dietro ai vetri di una finestra, un mondo fatto di sopraffazione, deprivazione e miseria culturale e materiale. Nonostante tutto oggi Nicola Schingaro è uno stimato ricercatore e professore universitario quindi si è “salvato”.
    È tuttavia legittimo chiedersi: chi sarebbe diventato oggi Nicola se non gli fosse stato negato di vivere la sua infanzia, dato che le situazioni esperite in questa fascia d’età costituiscono la trama fondamentale su cui tessere la nostra vita da adulti?
    Nicola, Marilena, Annarita, e per fortuna tanti altri, ci siamo salvati. Quanti altri, invece, non hanno potuto contare su una famiglia attenta all’istruzione, basata su quei valori di cui ampiamente il prof ha parlato nel suo libro e con una profonda voglia di riscatto sociale?
    Tanti bambini sono passati tra i miei banchi che non si limitavano a guardare attraverso “occhi quadrati” bensì erano costretti ad essere protagonisti e vittime di quegli atti. Bambini che (prendo in prestito il titolo di un libro per cui il professore ha collaborato) avevano, e hanno, “destini segnati”.
    Tantissime volte, nel corso della mia carriera di insegnante, mi sono sinceramente commossa di fronte all’acume, all’intuizione, alla voglia di conoscenza e di riscatto di molti di questi bambini. Sapevo, tuttavia, che oltre la scuola essi vivevano una loro vita durante la quale io ero solo un’eco lontana.
    È comprensibile di fronte a tutto questo la rabbia e lo sconforto nei confronti della classe politica, il cui ruolo viene descritto in modo esauriente e chiaro nel libro, che utilizza le periferie come serbatoio di voti, mantenendo da una parte la popolazione in uno stato di bisogno e di degrado (sociale e culturale) e dall’altro intessendo un rapporto di interdipendenza con le famiglie mafiose del territorio.
    Quante vite distrutte! …Quante potenzialità sprecate!
    Tenendo in considerazione quanto detto fin’ora, mi domando se possa esserci un interesse seppur remoto, da parte della classe politica, nel porre fine a questo scempio sociale…dato che: “Può essere anche che le leggi si siano create per il vantaggio delle classi superiori e che esse usino legge e politica per controllare gruppi differenti e minoritari”.

  4. “Ma… Perché non sono un delinquente.”
    La lettura di questo libro ha scaturito in me una gran bella riflessione:
    Sono nata e cresciuta anch’io nelle strade di un quartiere periferico (diverso dal San Paolo, ma non con meno problematiche rispetto ad esso) e sono stata anch’io vittima di quel processo di etichettamento esterno ed interno al mio quartiere. Oggi mi ritrovo quasi inconsapevolmente ad essere una neo assistente sociale che opera nel quartiere stesso in cui è nata. Molto probabilmente, per non dire sicuramente, quello che ho deciso di essere oggi è il frutto di un desiderio che in tutti questi anni ho maturato, quel desiderio di non fuggire dalla MIA periferia, ma di provare nei limiti delle mie possibilità a cambiare le carte in tavola. È per questo, caro Professore, che sento di aver già aderito in parte alla sfida che lei ha lanciato alla politica!
    Sono tante le cose su cui mi piacerebbe ancora discutere e confrontarmi con Lei, i lettori di questo libro, le persone alle quali ha lanciato questa sfida e le persone che come me hanno inconsapevolmente già scelto di aderirvi e spero ci saranno i tempi e i luoghi per farlo, per ora mi limito a ringraziarla perché la lettura di questo libro mi ha permesso di ripercorrere il MIO di passato, di soffermarmi e di guardarlo con occhi diversi.

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