Il pericolo comunista

— di Onofrio Romano —

In Parlamento non ci sono maggioranze. Nessun provvedimento passerebbe se ciascun gruppo parlamentare obbedisse agli interessi e/o ai valori propri e dei propri rappresentati. Allora la domanda giusta non è: “perché la Cirinnà si è arenata?”. La domanda giusta è: “com’è possibile che questo Parlamento abbia approvato di tutto (jobs act, Italicum, riforma costituzionale ecc.)?”. Renzi, com’è noto, riesce a ottenere l’approvazione dei suoi provvedimenti componendo di volta in volta un puzzle parlamentare diverso. Ma nessun puzzle potrebbe essere composto se egli non avesse sempre a disposizione una specie di tessera-jolly (necessaria, ma non sufficiente come dimostra il caso Cirinnà). Ossia un sotto-gruppo — un singolo sotto-gruppo all’interno dell’assemblea — che vota sistematicamente all’opposto degli interessi e dei valori propri e del proprio elettorato, offrendosi di sostenere i valori e gli interessi altrui. Si tratta degli eredi del Pci allocati nel Pd (e non conta che molti di loro, per ragioni anagrafiche, il Pci non l’abbiano mai visto). La cosa fondamentale che hanno ereditato dal Pci è la disciplina, la capacità di agire nella direzione disposta dal centro senza farsi domande. Questa profonda etica della militanza si è potuta formare in virtù di una colossale posta in gioco: il sol dell’avvenire. Sebbene il sole sia tramontato, l’imprinting etico-disciplinare è rimasto in piedi, per forza d’inerzia, come una sorta di connotato identitario che persiste nonostante il venir meno delle circostanze storiche che l’hanno generato. Ebbene, l’esistenza di un soggetto siffatto, un soggetto che ha perso la destinazione di marcia ma che conserva, come nessun altro al presente, la capacità di marciare con la stessa convinzione di chi ha ancora una favolosa destinazione da raggiungere, costituisce un oggettivo pericolo per la democrazia. Avendo perduto la destinazione originaria, questa forza è pronta a mettersi al servizio di qualsiasi causa, pur di sopravvivere. È un’arma letale che può finire nelle mani di chiunque. E, infatti, è proprio questa forza che sta contribuendo decisivamente a destrutturare l’assetto democratico che essa stessa aveva costruito (un vero caso di autofagia). Un tempo, i comunisti erano un pericolo per i padroni del vapore. Oggi, i comunisti senza comunismo sono un pericolo per tutti noi. Che fare?

L'osservatore Romano
2 comments on “Il pericolo comunista
  1. non credi, onofrio, che il dispositivo che descrivi e che imputi all’etica comunista incarnatasi oggi in una sorta di avanguardia di spregiudicati (ogni etica, in quanto etica è opportunista e ogni spergiudicatezza individuale un interesse privato) sia in sostanza la dimostrazione che il sistema di potere anzi ogni sistema di potere inscritto nella civilizzazione umana – quindi non solo quello italiano ma anche tutti gli altri regimi nazionali che compongono il realismo spietato della globalizzazione – abbia raggiunto la capacità di metabolizzare ogni rischio e ogni conflitto? In sostanza abbia perfezionato l’anima oligarchica della democrazia? Sai bene cosa penso: questa è la ragione per cui ogni politica che voglia lavorare al recupero delle passate virtù di una opposizione frontale con il sistema, qualsiasi sistema appunto in quanto sistema, di fatto finisce per “raschiare” tutto ciò che ancora gli resiste regalandolo al nemico che vorrebbe combattere, finendo così per implementare la volontà di potenza che è nella sua stessa natura sin dalle origini dell’abitare. Il “che fare” per me oggi non può significare ribellarsi a questa realtà “umanissima” ma significa incrinare almeno di un poco il rapporto storico tra conflitto e integrazione grazie al quale l’occidente continua a protrarre nel tempo e nello spazio il suo terribile eppure fatale destino di necessità e sopravvivenza del sociale. Soltanto la persona che resiste alla prigione identitaria in cui è obbligata in quanto individuo – tuttavia soffrendo e facendo soffrire, sempre morendo per mano sua – può essere Il teatro di un tentativo, antropologico e non più politico-culturale, volto a contestare la falsa coscienza. Non quella che è stata attribuita ai detentori dei mezzi di produzione della realtà imposta al e dal mondo, ma la falsa coscienza di chi pretende, desidera, di invertire il destino occidentale (quella che, parlando a nome del suo “noi”, usa – è costretta a usare – lo stesso “noi” della storia e della sovranità assoluta di cui ha sempre goduto, lo stesso linguaggio che crede anti-umano invece che riconoscere appunto umanissmo).

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