IL MANIFESTO

Fare società: una sinistra per l’età dell’abbondanza


 

La sinistra che c’è

A sinistra, il panorama è desolante. In Italia più che altrove. E abbiamo ragione di credere che la sinistra italiana non rappresenti, rispetto al quadro europeo, un cono di arretratezza, come di norma si è condotti a pensare. Al contrario, qui in Italia si manifestano in modo radicale derive che altrove sono frenate da una più solida tradizione civico-politica. A prescindere dai “valori” e dai contenuti politici rappresentati nelle piattaforme dei soggetti in campo, nonché dalla loro collocazione lungo il continuum moderatismo-radicalismo, noi pensiamo che tutte le espressioni della sinistra condividano una stessa “forma”, ossia un medesimo ideale regolativo: la politica deve lasciare che la società si esprima così com’è, che ciascuna delle particelle di cui essa è composta possa rivelarsi, esprimersi e svilupparsi secondo una dinamica “spontanea”, immanente a se stessa. Il presupposto è che le particelle della società siano sostanzialmente risolte (basta lasciare che esse diventino ciò che sono). Vieppiù, le dinamiche e gli intrecci che esse sviluppano conducono al migliore dei mondi possibili, ad una società giusta e felice.
Non pensiamo che questa opzione regolativa sia estranea al pensiero socialista, comunista o genericamente di sinistra, ma essa rappresenta certamente una sua riduzione. Nell’enfatizzarne il versante sociale emancipativo contro i poteri costituiti, essa tradisce invero una chiara subalternità, ormai più che trentennale, al pensiero liberale. Come ci ricorda Magatti, nella modernità si sono affrontati due grandi pensieri della libertà: la tradizione liberale, fondata sul lasciar essere i soggetti quello che sono e la tradizione critica, mirante alla costruzione collettiva di un’idea di giustizia da cui far discendere le politiche di cambiamento dello scenario “sistemico” nel quale i soggetti gravitano. La sinistra contemporanea ha scelto senza indugio la tradizione liberale.
La devozione alla dimensione immanente, ovverosia questa visione “orizzontalista” del rapporto tra politica e società, viene declinata in forme differenti e spesso configgenti da parte dei diversi soggetti della sinistra.
Tutti, ad esempio, coltivano un principio di “neutralità” delle istituzioni: ma una parte (quella maggioritaria, rappresentata oggi, in particolare, dal Pd di Renzi) traduce questo principio in una vera e propria neutralizzazione delle istituzioni e dei corpi intermedi, secondo una logica schiettamente liberale di affrancamento degli attori sociali da lacci e lacciuoli; altre parti, invece, interpretano le istituzioni come meri “strumenti” volti a promuovere l’abilitazione individuale attraverso l’illimitato allargamento dei “diritti”. Sebbene in combutta tra loro, gli ordo-liberisti e gli ordo-dirittisti coltivano al fondo la stessa fede nell’auto-sostenibilità della dimensione immanente.
Secondo alcuni, l’unità di misura di questo piano di immanenza resta l’individuo, secondo altri ha da essere invece la “persona” (intesa come nodo relazionale) oppure la “comunità” che brulica al di là delle istituzioni formali.
Il risultato non cambia. La “forma” orizzontale resta.
Bisogna prendere consapevolezza al più presto che dentro questa forma la sinistra non va lontano. O è perdente o è subalterna. Soprattutto, non riesce più a operare per la trasformazione dell’esistente, ad alludere a una visione di società, a un’idea di mondo, che non sia il semplice lasciare essere quel che è.


 

La sinistra e la crisi

Questa sinistra – per stare all’ordine del giorno – è inidonea, in particolare, ad affrontare le cause di fondo della crisi presente. Noi pensiamo, sulla scorta delle analisi di più ampio respiro oggi disponibili, che questa crisi sia il frutto del dispositivo “orizzontalista” che ha preso il sopravvento a partire dall’inizio degli anni ottanta in tutti i paesi occidentali. Allora, si è dato avvio ad un nuovo ciclo di mercatizzazione dei fattori produttivi: come ha ben mostrato a suo tempo Polanyi, quando il lavoro, la moneta e la terra vengono sottratti alla sovranità collettiva e ridotti al rango di “merci” come tutte le altre, il cui valore è sottoposto alla libera fluttuazione di domanda e offerta, quel che ne viene è una generale deregolazione economica, finanziaria, sociale ed ecologica, che nel medio-lungo periodo risulta fatale.
La sinistra esistente è del tutto inadeguata alla sfida che una simile natura della crisi impone: ossia un’autodifesa della società, una ripresa di sovranità collettiva su lavoro, moneta e terra. L’ideale regolativo adottato dalla “sinistra che c’è” inibisce una simile presa in carico. Al contrario, la parte governativa della sinistra individua in un’insufficiente mercatizzazione, in un ancor eccessivo peso del “pubblico” le cause della crisi e procede spedita verso l’immissione nel sistema di ulteriori dosi di liberalismo. Questo non implica un azzeramento della politica e delle istituzioni ma, peggio, una loro perdita di autonomia rispetto alle forze del mercato, al cui servizio vengono ora ritarate.
D’altro canto, le ali più radicali e (presunte) antagoniste della sinistra presente, allevate nel mood anti-istituzionale, condividono un medesimo astio nei confronti di qualsiasi entità regolatrice centrale, confidando invece nell’auto-riforma “etica” degli attori. Come e perché questa possa verificarsi, nelle condizioni date, non si comprende.
Ma bisogna anche sfuggire ad un’altra trappola dialettica che inchioda il dibattito contemporaneo sulla crisi. La falsa dicotomia “austerity” vs. “crescita”. Dev’essere chiaro che le due strategie stanno, per quanto ci riguarda, sulla stessa barca. Certo, i fautori delle politiche espansive alludono alla riconquista di un ruolo guida dello Stato nel processo di sviluppo, come investitore diretto (soprattutto, in ricerca e in opere pubbliche), come regolatore del ciclo economico, come datore di lavoro di ultima istanza ecc. Alludono, dunque, ad una forma di verticalità. Da questo punto di vista, il revival keynesiano è benemerito ed è senz’altro preferibile alle ottuse misure ordoliberiste di austerity. Ciò ammesso, questa linea politica resta comunque impantanata in un’idea di sviluppo a-finalistico delle particelle elementari della società, di promozione della loro dinamica spontanea a prescindere da qualsiasi destinazione di senso. La dimensione pubblica viene utilizzata come mera stampella dell’espansione immanentista.
Questa strategia è doppiamente fallace: non solo si dimostra incongrua rispetto alla natura della crisi presente (sebbene in un senso diverso rispetto all’inadeguatezza liberista), ma dimostra anche di non avere metabolizzato la crisi di trent’anni fa, quella del regime “verticale” egemone durante i cosiddetti “trent’anni gloriosi”. I neo-keynesiani non spiegano perché quel regime coerentemente “keynesiano” andò in frantumi e perché dovrebbe invece funzionare adesso.
Le ricette neo-keynesiane risultano oggi incongrue poiché interpretano la crisi come un problema di sotto-impiego, come l’effetto di un’insufficiente valorizzazione delle risorse disponibili, da emendare attraverso l’intervento diretto dell’istituzione pubblica nel fantomatico regno della “economia reale”.
Ebbene, se guardiamo le cose a livello sistemico, scopriamo che questa è una crisi di abbondanza, non di scarsità. Lo sviluppo impetuoso intrapreso a partire dal dopoguerra ha condotto le economie occidentali, con l’aiuto determinante della mano pubblica, ad una sostanziale saturazione. Le derive avviate all’inizio degli anni ottanta – a prescindere dalla malafede dei dominanti, che ci hanno messo del proprio – sono in gran parte il frutto di questa saturazione. Il capitale ha dovuto cercare nuove occasioni di messa a valore, sia precarizzando artificialmente i lavoratori (creando cioè scarsità artificiale), sia provando a incassare oggi la domanda futura virtuale, attraverso gli strumenti della finanziarizzazione, del debito privato (soprattutto in USA) e del debito pubblico (soprattutto in Europa). Al contempo, esso si è dislocato verso nuovi territori vergini, svuotando dall’interno la struttura produttiva occidentale, ormai incapace – dati i costi delle tutele di civiltà accumulate – di allinearsi all’ottimo competitivo decretato globalmente. E’ quest’ultima circostanza a determinare la crisi della domanda interna, su cui insistono i neo-keynesiani. Ma la crisi della domanda è un sintomo e non la causa del problema: per questo gli interventi di sostegno potrebbero al massimo dare un sollievo nel breve periodo, ma nulla possono contro le tare di fondo del sistema. D’altro canto, le ricette tese a recuperare il gap competitivo sull’offerta attraverso innovazione, specializzazione, ristrutturazione ecologica dell’economia ecc. sono altrettante chimere che, al di là della loro praticabilità (e, soprattutto, generalizzabilità), restano incagliate nella logica della ricerca spasmodica di nuove aree di messa a valore, impedendoci di affrontare di petto la questione della saturazione.


 

La sinistra che manca

La sinistra che manca è innanzi tutto una sinistra che, di fronte a questa crisi, ossia alla crisi da de-regolazione orizzontale, sappia rispondere, non con ulteriori dosi liberalismo, ma rimettendo in campo un principio verticale. Una sinistra che abbia il coraggio di uscire dalla logica dello sviluppo cieco per riprendere sovranità sui fattori produttivi, adottando una logica di auto-difesa della società.
Nessuna declinazione della sinistra contemporanea manifesta il proposito di intraprendere questo percorso di riappropriazione del lavoro, della terra, della moneta. Al massimo, si aspira ad adoperare lo Stato per dare una spintarella allo sviluppo e re-distribuirne meglio i frutti.
Oggi noi abbiamo tutte le risorse materiali, tecniche, amministrative e organizzative per produrre i beni necessari a rendere dignitosa la vita di tutti. E in maniera pulita, ossia nel pieno rispetto degli equilibri ecologici. Se questo non accade è perché il dispositivo orizzontale della crescita cieca lo impedisce per sua stessa natura. Abbiamo tutti i mezzi per costruire un’area macro-regionale di vita buona e di lavoro dignitoso per tutti. A patto di predisporre per quest’area un cordone di protezione (sì, occorre il protezionismo!). Se oltre un secolo fa è stato possibile portare la giornata lavorativa a otto ore è perché lo Stato ha stabilito che dentro il proprio territorio non si potesse lavorare al di là di quella soglia. Nessuna idea di dignità è realizzabile se si ammette che nel sistema possano circolare produzioni frutto di condizioni lavorative indegne. Bisogna avere il coraggio di dirlo.
Questo passo è propedeutico a qualsiasi forma di sovranità collettiva, nonché alla creazione di cittadini autenticamente liberi. Liberi di decidere collettivamente e discorsivamente che cosa produrre e per quali bisogni. Ma questo è solo l’inizio, non la fine dell’opera.
Dobbiamo assumere la consapevolezza di essere entrati ormai da molti decenni in una fase differente della modernità.
La modernità porta dentro di sé una sorta di imprinting emergenziale, di “mentalità di penuria”. La liberazione dei fattori produttivi dalle griglie corporative e comunitarie trova origine in una sorta di emergenza esistenziale, rispetto alla quale i singoli si attivano per trovare autonomamente i mezzi della propria sussistenza.
Ebbene, questo impulso primigenio allo sviluppo e alla valorizzazione illimitata, oggi, non ha più senso. Ma i moderni non vi sanno ancora vivere senza. E’ per questo che alla fine degli anni settanta, quando lo sviluppo ha saturato lo spazio sociale ed economico, le società occidentali, invece di provare a vivere nella nuova condizione di abbondanza, costruendo una mentalità di abbondanza e relazioni nuove, hanno preferito fare marcia indietro e ricreare artificialmente una condizione di penuria, precarizzando il lavoro e minando le esistenze dei cittadini, al fine di ri-mobilitarli, di uscire dalla paralisi sociale. Una strategia barbarica.
Questa è la sfida che ancora ci attende. Quello a cui dobbiamo rispondere non è solo la crisi odierna, ma anche quella occorsa trent’anni or sono. Il problema, ora come allora, è come congedarci dalla modernità di penuria e abbracciare finalmente una modernità d’abbondanza. Come organizzare il campo della libertà.
La crisi che abbiamo di fronte non è economica, ma soprattutto “antropologica”. Come fare lo sviluppo, lo sappiamo. Come vivere nell’abbondanza, no. E’ su questo che la sinistra deve misurarsi.
La sinistra ha sempre oscillato tra due alternative anguste: da un lato l’orizzontalismo, dall’altro un verticalismo puramente funzionale (ossia mirato a sostenere lo sviluppo orizzontale). Quest’ultimo va certo recuperato al più presto e in senso forte. Ma una volta resi liberi dal bisogno, gli uomini non sono risolti. La partita non è finita. E’ appena cominciata. E’ questo che ci ha rivelato la crisi degli anni settanta: conquistata la libertà e la dignità, gli uomini si sono ritrovati di fronte al nulla e il sistema sociale ha conosciuto la sua paralisi.
Per questo, il fine di una politica di sinistra non può essere quello di lasciare che l’uomo sia quel che è. Non avendo il beneficio di Dio, come uomini di sinistra ci ritroviamo a fronteggiare da soli il baratro di nulla che incornicia l’essere. Possiamo risolvere il problema della sopravvivenza, ma non il conflitto tra la finitezza dell’uomo e l’infinito che lo ospita: questo conflitto non può essere lasciato alla gestione individuale. Richiede alleanza, resistenza collettiva, danza sociale.
Va recuperata la grande riflessione aperta da Hegel e da Marx sul “lavoro”, come attività che dà senso al mondo. Il lavoro non è solo un modo per procacciarsi le risorse necessarie a vivere e godere. Il lavoro è il medium della relazione tra soggetto e oggetto, è opera di significazione (messa a distanza dell’oggetto nella sua cosalità e riappropriazione significativa), è attività di costruzione dell’identità personale, è fonte di riconoscimento sociale. Per questo il reddito garantito è una fesseria.
Una volta liberato l’uomo, le istituzioni e i corpi intermedi non devono uscire di scena, bensì organizzare la “social catena”, tenere insieme gli uomini affinché essi possano costruire collettivamente il proprio destino e il proprio senso nel mondo. Uscire di scena significa semplicemente lasciare che i singoli – esposti al nulla, all’infinito – si diano anima e corpo al proprio godimento autodistruttivo, allo spreco di sé.
Il ruolo delle istituzioni e dei corpi intermedi non si esaurisce con la messa in sicurezza della vita materiale. La sinistra della “mediazione” deve osare l’allestimento della vita spirituale. La cura della libertà. E perfino dare senso all’impulso autodistruttivo di chi sta sulla soglia del nulla, recuperando il gusto del dispendio rituale, collettivo ed eminente (contro lo squallore della dépense privata).


 

Che fare?

Noi non proponiamo un ulteriore partito della sinistra.
La nostra è, innanzi tutto, una battaglia culturale, finalizzata non a promuovere questa o quella politica, questo o quel valore, bensì un ribaltamento della “forma”, del paradigma di fondo, dell’ideale regolativo adottati dalla totalità dei soggetti della sinistra contemporanea. Dall’orizzontalismo al verticalismo.
Noi pensiamo che questa opzione di fondo debba fecondare tutta la galassia della sinistra. Dopodiché, ognuno saprà costruire la sua specifica declinazione.
Allevati al magistero di quella che Franco Cassano chiama “L’umiltà del male”, sappiamo bene che, per fare egemonia, non basta costruire una buona idea di giustizia. Sappiamo che essa non si diffonde da sé sol perché buona e giusta. Occorre che essa faccia contatto con la carne e lo spirito degli uomini realmente esistenti. E allora occorre lavorare sulle contraddizioni del tempo presente, sul carico di deprivazione, di ingiustizia, di solitudine che questo sistema porta con sé. Occorre smettere di prospettare alle vittime un mondo sempre più aperto e competitivo. Occorre smettere di costruire soggetti politici liquidi. Queste opzioni sono attagliate alle esigenze dei forti.
La sinistra deve tornare a parlare ai perdenti. Allestire organizzazioni “solide”, radicate sul territorio, che offrano innanzi tutto ascolto, protezione, calore umano e una visione per l’avvenire. Occorre smetterla di prospettare più libertà d’impresa e, al contrario, usare le istituzioni per creare strutture produttive, lavoro stabile e sicuro, esautorando la congenita debolezza dell’iniziativa privata. Gli ultimi non cercano maggiore libertà di competere, bensì più protezione. Bisogna scendere in campo con questa offerta politica, sfidando il discorso egemone allestito dai servi dei poteri in carica.